Author: Michele Ruggiero

L’ALBA DELLA NUOVA EUROPA

La Porta di Vetro n. 1 (2019)

Introduzione di Jean-Claude Juncker. Editoriale: M. Ruggiero. Contributi: N. Bellin, M. Bresso, N. Carboni, N. Ciraso, M. Nebiolo Vietti, D. Rigallo, S. Rossi, E. Ruffino, P. Terna, D. Viotti, G. P. Zanetta, G. Zollesi.

“[…] L’Europa è oggi un po’ meno imperfetta di quanto non lo fosse qualche anno fa. Ma ciò non significa che sia al riparo da rischi, sia che essi provengano da essa stessa o da altri. Sono numerosi coloro che vogliono disgregare l’Europa, mentre in questo mondo, al tempo stesso sempre più multipolare e sempre più imprevedibile, l’Europa è più che mai essenziale per permettere ai paesi che la compongono di rispondere insieme e in modo più efficace alle nuove sfide e ai bisogni di protezione dei cittadini. E l’Europa non potrà incidere sul suo futuro e sul destino del mondo se non agisce in maniera unitaria con una stessa determinazione e la volontà condivisa di far sentire la propria voce” (Jean-Claude Juncker, Presidente Commissione europea).

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Editoriale di Michele Ruggiero
Introduzione di Jean-Claude Juncker
Il grande rebus del 26 maggio di Nicolò Carboni
L’ora più buia per il Vecchio Continente di Stefano Rossi
L’Europa da ritrovare di Mercedes Bresso      
I “no” che aiutano a far crescere… il bilancio europeo di Daniele Viotti
La decisione di prendere decisioni di Emanuele Davide Ruffino, Nicoletta Bellin, Germana Zollesi
Debito pubblico e impegni europei di Pietro Terna
Mal di frontiera di Davide Rigallo
Cronologia della politica migratoria nella Ue a cura dell’AICCRE Piemonte
La protezione dei dati nella dimensione transnazionale di Mauro Nebiolo Vietti e Nina Ciraso
Ambiente e salute, binomio inscindibile di Gian Paolo Zanetta

Discussione sui risultati del voto del 26 maggio: le analisi di Michele Ciruzzi e Federico Dolce a confronto.

Promosso dall’associazione “La Porta di Vetro”, giovedì 20 giugno, alle 18, si è svolto presso la sede dell’associazione Argo un incontro finalizzato ad analizzare i risultati del voto europeo del 26 maggio scorso.

A quasi un mese di distanza dalla tornata per il rinnovo del Parlamento europeo, Michele Ciruzzi, Federico DolceMarco Gonella hanno introdotto la discussione sugli esiti elettorali e gli scenari polici futuri in ambito europeo. Di seguito, riportiamo le sintesi degli interventi di Michele Ciruzzi e Federico Dolce.

L’analisi del voto di Federico Dolce

Queste sono state, a memoria mia, le elezioni che più possono assomigliare a quelle che in America sarebbero le elezioni di mid-term, di metà mandato. Un’elezione scarsamente carica di contenuti strettamente legati al motivo dell’elezione stessa: sia che le elezioni fossero regionali o europee di temi europei si è sentito parlare pochissimo. E’ stata principalmente una resa dei conti interna tra le due principali componenti del governo e un test di quella che doveva essere la nuova la nuova segreteria del principale partito d’opposizione. In questo senso, i tre grandi poli hanno tentato di comportarsi nella maniera più classica possibile, quella che i sociologi politici tentano di suggerire sempre: si pensa prima a tenere i propri elettori e poi ad allargare al consenso. I flussi di voto ci dicono che a qualcuno questo è riuscito bene, a qualcuno è riuscito o meno bene, a qualcuno non è proprio riuscito. Si sa a chi è riuscito estremamente bene, naturalmente: la Lega nord.

Il partito di Salvini ha tenuto i voti non soltanto in termini percentuali, ma anche in termini assoluti – che, in una tornata elettorale che ha una flessione di affluenza, è comunque un dato oggettivamente molto molto forte; è diventato un player anche in zone dove non lo era come al sud, ed è diventato egemone al nord andando a erodere non soltanto al principale alleato naturale, ma anche al principale alleato di governo (in questo caso, sono due soggetti distinti).

Il secondo soggetto è quello di opposizione, il PD, che ha tenuto sì, ma “avere tenuto” non è un risultato positivo per due motivi: primo, perché  l’opposizione è il mestiere più facile in politica; secondo perché avevano scientemente calcolato le tempistiche per fare il congresso a traino della campagna elettorale: il congresso doveva servire ad essere – come fanno appunto le primarie americane – proprio prima del voto di modo che diventino un unico grande treno di attenzione mediatica. Questo avrebbe dovuto essere un traino in qualche modo e, se c’è stato, è stato davvero debole: si parla di flessione di consensi in termini assoluti e si parla di gravi sconfitte in particolare in alcune elezioni locali dove invece in genere la sinistra ottiene le performance migliori. Proprio nei giorni scorsi abbiamo osservato che Ferrara dopo 70 anni ha capitolato, ha detto un esponente leghista. Il coraggio per vincere la paura anche internamente al partito, su come si possa vincere questa paura candidando anche persone e personalità che esprimano una certa idea, a me ha fatto venire in mente il partito democratico statunitense e come – quando vince, ma anche quando perde – esso lavori per rinnovarsi, per porre una nuova visione usando le proprie energie nei suoi feudi per candidare, portare avanti le visioni di futuro e di Paese, delle personalità più “hardcore”. Bernie Sanders, Alexandria Ocasio-Cortez, Eric Swalwell, Kirsten Gillibrand sono tutte personalità che parlano in maniera forte e netta alla propria base sul futuro del Paese e del partito. Per rinnovarsi il partito coltiva nel luogo dove è più sicuro il proprio futuro che consiste in questi atti di coraggio. Il Partito Democratico italiano invece ha fatto le scelte diverse perché nei suoi feudi (Toscana e Emilia Romagna) ha coltivato un’altra idea di paese, ha coltivato un’altra area di candidati e ha portato avanti un’altra idea degli uomini forti: lì hanno eletto personalità di tutto rispetto ma che hanno delle idee molto diverse da una parte della base storicamente maggioritaria, perché Nardella, Renzi e Casini non corrispondono certo al profilo tipico di quello che era considerato il militante del Partito Democratico e questo è andato poi a modificare una cosa molto importante: l’idea di Paese. Adesso, se noi dobbiamo identificare il Partito Democratico come quello che ha tenuto o come quello che deve resistere alla grande ondata fascista-populista, diciamo qualcosa di importante ma senza un’idea di futuro. Resistere è un sentimento molto potente e fa appello a una motivazione molto forte, ma resistere per cosa? Qual è la proposta che identifica il PD? Quale è l’equivalente del “prima gli italiani” o l’equivalente del reddito di cittadinanza del partito democratico? Una buona gestione non è ampiamente sufficiente in un periodo di crisi: se c’è un dato delle regionali piemontesi che può meglio descrivere la caduta di Chiamparino è l’astensione sulla provincia di Torino a riprova di ciò. Questa, secondo me, deve essere la vera ricerca del PD. Renzi – con tutti i difetti che gli si potevano imputare – era comunque riuscito a mettere in piedi un discorso coerente, un discorso che riusciva a stabilire almeno nel breve periodo una connessione emozionale senza la quale non si porta al voto la gente. Non bastano tutti i dati e tutte le buone speranze di questa, se il PD non ritrova quel dato – quello sì: identitario. Io ero un giovane data miner quando ho fatto parte dalla squadra di lavoro di quello che poi sarebbe diventato il responsabile economico della segreteria di Renzi, Filippo Taddei, e ho potuto lavorare al fianco di professori del livello di Cella, Garibaldi e Castellani: posso garantire che il reddito di cittadinanza era allo studio del Partito Democratico dal 2011 perché allora almeno il partito non aveva paura di cercare nuove soluzioni per il futuro. Il governo reggerà ancora diversi mesi, vedremo quanto Lega e Movimento 5 Stelle riusciranno a mettere in pratica i propri cavalli di battaglia, ma una volta che si andrà al voto, il PD deve presentarsi con una nuova visione di paese che non sia semplicemente “visto che disastri hanno combinato gli altri?”. Non soltanto uno slogan, naturalmente, ma una visione coerente e onnicomprensiva della società. Una volta l’avrebbero chiamata ideologia. Adesso siamo in un’era post-ideologica ma comunque un progetto coerente di Paese è necessario perché un tessuto sociale sfilacciato é sotto gli occhi di tutti e le conseguenze le possiamo testimoniare tutti quanti. Quelle degli avversari sono due risposte che, per quanto soggettivamente esecrabili, sono sul tavolo. Prima di parlare di resistenza antifascista, di resistenza anti sovranista, anti populista bisogna trovare una contro proposta in positivo.

Ho la fortuna di conoscere quasi tutti i presenti, di trenta che siamo so per certo che tutti a vario titolo si riferiscono alla stessa parte politica, anche se forse solo per carattere residuale, per distanza dagli altri due poli: se posso dirmi certo di una cosa è che ognuno di voi ha in mente una sinistra diversa dalle altre. C’è però la grande occasione che deriva dalle grandi sconfitte e, visto che si è tanto parlato di coraggio, non c’è coraggio più forte di quello di chi non ha più nulla da perdere. Se prima uno dei grandi temi che ha dilaniato la sinistra era l’idealismo contro il governismo, ora il governismo non ha più ragion d’essere: non c’è più nulla da governare. Forse questo è il momento dl coraggio. Forse questo è il momento per osare, di guardarsi in faccia e capire che non è vero che si è comunicato male, non è vero che il popolo bue si è fatto ingannare dalle fake news: è che la lettura del paese era sbagliata e basta. Ci sono oramai degli archetipi di Paese che non esistono più e si portano dietro certi luoghi comuni e letture scontate che ancora vivono con forza nelle politiche e nelle fotografie del paese che il Partito Democratico ha portato avanti per anni.

Il contatto che si è venuto a perdere tra il PD e le “sue” periferie non sta tanto nelle singole politiche o nelle singole parole d’ordine, ma nella lettura complessiva del momento stoico e della società odierna che trova più aderenza con la parte di società che è rimasta più fedele a sé stessa (quella più benestante) e grazie alla quale performa bene nei centri storici e non negli altri quartieri. Se si riuscisse ad avere il tanto invocato coraggio e ad unirlo con un minimo di umiltà necessario ad abbandonare il paternalismo e prosopopea di chi si auto incorona “testa pensante del Paese che combatte i mostri populisti”, a trovare i temi da portare avanti, a capire che c’è un’accademia e una scena internazionale che sta guardando oltre gli schieramenti classici e sta tornando a produrre delle proposte attraenti, interessanti e soprattutto funzionali. Un esempio mostruosamente importante è quello del municipalismo, un settore saccheggiato da vent’anni di governi di ogni schieramento in Italia, sta trovando all’estero la giusta fama e importanza in quanto governo di ecosistemi sempre più popolosi ed importanti, e governo in grado di gestire servizi e beni che impattano sull’80% della vita dei propri cittadini (trasporti, istruzione, sanità diffusa, spazi pubblici, sicurezza) e quindi torna a ridefinire in positivo la forma del pubblico e del governo. Ci sono ancora altri esempi ma il punto è questo: ci sono margini per trovare nuove proposte, nuove idee, una nuova idea di società da proporre e spingere per ricostruire quel tessuto che si è sfaldato spianando la strada agli avversari. Ma non c’è molto tempo per farlo, e qui vengo al secondo punto.
Presto arriverà l’occasione (non si sa più a che numero di ultime occasioni siamo giunti) per poter trovare questo coraggio, presto si tornerà a confrontarsi col voto perché il mito dei grandi comunicatori avversari non sta in piedi. E’ statisticamente molto difficile che Berlusconi, Renzi, Casaleggio, Salvini siano sempre tutti geni della comunicazione. Non basta vincere per essere geni, ogni tanto basta essere al posto giusto al momento giusto, ma quando il consenso balla e non dura allora capisci che il fuoco è di paglia. Presto quindi arriverà un’occasione, arrivarci col coraggio di chi non ha niente da perdere e l’umiltà di chi è andato a studiarsi delle nuove proposte senza più tabu sarà a mio avviso l’unica strada per avere ancora un ruolo nella politica italiana.

L’analisi del voto di Michele Ciruzzi

Quello che cercherò di fare è un’analisi che cerchi di andare oltre le narrazioni più semplici che sono già state fatte su queste elezioni.

Il primo fatto di cui tenere conto è un’affluenza molto bassa rispetto a tutte le ultime elezioni europee e nazionali, quindi qualunque conclusione va calmierata su ciò: c’è una fetta non piccola di elettorato che ha votato fino a un passato molto prossimo ma che non lo ha fatto alle ultime elezioni. Sono elettori che presumibilmente sono disposti a votare, che oggi non si identificano in nessuna proposta politica ma che potrebbero essere di nuovo mobilitati da qualcosa di nuovo. Inoltre, le elezioni europee sono storicamente poco sentite e hanno visto negli anni exploit più o meno inaspettati che però non hanno trovato conferma nelle elezioni successive.

Considerato ciò possiamo comunque dire che chi ne esce molto rafforzata è la Lega che aumenta i voti ovunque, soprattutto a spese del centrodestra classico, con Forza Italia che appare sempre più ai margini del dibattito politico, e dei 5 Stelle. I 5 Stelle invece sono in forte calo, soprattutto al Centro-Nord, perdendo in totale oltre 5 milioni di voti dalle politiche e un milione rispetto alle europee precedenti, presumibilmente a vantaggio per lo più della Lega. Quello che osserviamo è una spaccatura geografica dell’attuale maggioranza di governo: al Sud, i 5 Stelle rimangono il primo partito con la Lega in crescita, mentre al Centro-Nord è la Lega il primo partito capitalizzando anche le difficoltà degli alleati.

All’opposizione il Partito Democratico conferma bene o male i risultati di un anno fa con una perdita dei voti trascurabile, confermandosi secondo partito grazie al calo diffuso dei 5 Stelle, senza riuscire a capitalizzare l’anno passato all’opposizione. A destra cresce Fratelli d’Italia mentre non si arresta la caduta libera di Forza Italia. A sinistra invece il complessivo di Europa Verde e de La Sinistra si colloca in linea con i voti (assoluti) presi dai partiti della stessa area negli ultimi 15 anni, circa un milione, senza riuscire ad ampliare la base elettorale nonostante la caratterizzazione del messaggio politico su due diversi filoni. In generale i partiti verdi non hanno avuto dei buoni risultati al di fuori del nord Europa, facendo fatica ad affermarsi nelle aree non ricche. I buoni risultati dei Verdi in Europa sono pressoché confinati alla Scandinavia, alla ex-Germania Ovest, all’area di Parigi e ad alcune zone ricche dell’Inghilterra: in qualche modo cioè si orientano sul voto Verde, ovvero mettono al primo posto per importanza la questione ambientale, solo gli elettori di aree senza grossi problemi economici. In altre parole può pensare all’ambiente solo chi non deve preoccuparsi di arrivare a fine mese.

In sintesi queste elezioni ci suggeriscono che ci sono solo tre partiti che potranno dire la loro nel futuro prossimo: la Lega in forte ascesa che ha trovato una sua dimensione nazionale, il Movimento 5 Stelle messo in difficoltà dell’alleanza di governo e sempre più schiacciato al Sud e il Partito Democratico che si appoggia a una base elettorale solida che sembra però difficile da erodere o incrementare. Tra i partiti minori invece l’unico che sembra in grado di incrementare i propri consensi e provare a fare la sua partita, come eventuale alleato di governo, è Fratelli d’Italia. A sinistra, invece, niente.

Il Presidente Juncker a “La Porta di Vetro”

Cinque anni fa, nel maggio del 2014, avevo partecipato in Italia, a Firenze precisamente, a un dibattito con altri candidati alle elezioni europee, tra i quali Martin Schulz e Guy Verhofstadt. Allora, avevo spiegato che il programma per cui stavo conducendo la mia campagna era quello di un’Europa della solidarietà e che questa sarebbe stata la nostra ultima possibilità di mostrare agli europei che l’Europa stava lavorando per loro, per rispondere alle loro preoccupazioni e alle loro aspettative. Io credo che la Commissione che presiedo abbia rispettato questo impegno. All’epoca, l’Europa stava lottando per riprendersi dalla peggiore crisi economica, finanziaria e sociale che avesse conosciuto nella sua storia. Questa crisi ha lasciato profonde ferite sociali che sono ancora vive e molti europei non percepiscono nelle loro vite quotidiane gli effetti del miglioramento della situazione economica. Ma la verità è che abbiamo fatto molta strada, che l’Europa è cambiata e che le cose stanno migliorando.

L’Europa della policrisi

Come avevo dichiarato, to be big on big things, essere ambiziosi su grandi questioni e più modesti su temi di minore importante, era il nostro leitmotiv. E portare risultati concreti è stato il nostro obiettivo costante. Non abbiamo mai deviato da questa linea di condotta, anche se questa Commissione è stata anche quella dell’Europa della policrisi: delle crisi, cioè, che hanno severamente messo alla prova la solidarietà europea. Io sono stato il primo a denunciare le fratture di solidarietà che si sono moltiplicate tra nord e sud, est e ovest.

Ho sempre sostenuto la Grecia nei difficilissimi momenti che ha attraversato. E sono sempre stato convinto che se un altro paese avesse dovuto affrontare gli stessi problemi sociali, finanziari e strutturali della Grecia, probabilmente non avrebbe saputo sostenerli come ha fatto il popolo greco, con così tanto coraggio e dignità. Oggi, la Grecia è finalmente emersa dalle turbolenze, e ciò dimostra che, quando solidarietà e responsabilità europee vanno insieme, le cose funzionano.

Avendo ben presenti la dignità del popolo greco e del popolo italiano, ho sempre fortemente e vigorosamente sostenuto una maggiore solidarietà con entrambi nella gestione della crisi migratoria che hanno dovuto affrontare. Perché non è possibile lasciare soli coloro che la geografia ha situato nei punti di ingresso dei migranti in Europa. L’Italia e la Grecia hanno salvato l’onore dell’Europa nel Mediterraneo. I nostri comuni sforzi hanno permesso di ridurre significativamente il numero di arrivi di migranti in condizioni di irregolarità, che ora sono giunti a toccare il livello più basso degli ultimi cinque anni, un calo del 90% dal 2015. In Italia, dove dal 2014 giungevano annualmente più di 100.000 immigrati in situazione irregolare, il numero degli arrivi è sceso, nel 2018, a 23.370. La solidarietà europea ha contribuito a ridurre gli oneri per i paesi di primo ingresso come l’Italia. Tra il 2015 e il 2017, circa 13.000 richiedenti asilo sono stati trasferiti dall’Italia verso altri Stati membri. Inoltre, dal 2014, la Commissione ha assegnato un totale di 950 milioni di euro all’Italia, allo scopo di aiutarla nell’affrontare il problema migratorio e la gestione dei controlli alle frontiere.

Questi esempi dimostrano come l’Unione europea sia un processo complesso. Non progredisce sempre in modo lineare e senza intoppi. Ma questa è anche la democrazia europea. E, alla fine, l’Europa finisce sempre per avanzare, per quanto poco lo spirito di compromesso e di unità riescano a prevalere.

L’Europa delle promesse mantenute

Penso, in maniera specifica, alle nuove proposte che questa Commissione ha presentato sin dall’inizio del suo mandato e che sono state attentamente selezionate per rispondere alle vere questioni che richiedono un’azione a livello europeo. Abbiamo presentato annualmente il 75% di proposte in meno rispetto alla precedente Commissione e rimosso 134 proposte legislative in sospeso ereditate dai nostri predecessori. A oggi, sono state adottate 348 proposte, il 90% delle quali con l’unanimità del Consiglio. Si tratta di 348 concrete risposte europee alle principali preoccupazioni dei nostri concittadini con il pieno sostegno degli Stati membri, poiché l’Europa è sempre con gli Stati membri. Prendiamo, ad esempio, l’occupazione, la crescita e gli investimenti. Queste sono state la mie prime priorità fin dall’inizio del mio mandato, nel novembre 2014. E le mie prime decisioni sono state quelle di lanciare un importante piano di investimenti per l’Europa, che qualche volta porta il mio nome, per rinnovare completamente i posti di lavoro del nostro mercato unico costruendo l’Unione digitale, l’Unione dell’energia e l’Unione dei mercati dei capitali, e iniettando un’opportuna dose di flessibilità nelle regole del Patto di stabilità e crescita, al fine di rispondere meglio alle istanze della crescita e degli investimenti.

L’Italia è stata uno dei grandi beneficiari di queste scelte politiche che abbiamo fatto in quanto l’Italia è, in termini assoluti, il secondo beneficiario del piano Juncker, che ha già mobilitato 400 miliardi di euro di investimenti in tutta l’Europa, di cui quasi 64 miliardi in Italia. L’Italia è anche il principale beneficiario della flessibilità esercitata tra il 2015 e il 2018 nell’ambito del patto di stabilità e crescita in ragione, principalmente, delle condizioni economiche sfavorevoli, del sostegno alle riforme strutturali e agli investimenti, e de circostanze eccezionali relative alle minacce alla sicurezza, alla crisi dei rifugiati e ai terremoti. Questa flessibilità ha permesso all’Italia di spendere e investire 30 miliardi di euro in più, circa l’1,8% del suo PIL, rispetto a ciò che avrebbe potuto fare diversamente. L’Italia è anche il secondo più grande beneficiario dei fondi strutturali e di investimento europei, con 44,7 miliardi di euro di sostengo dall’UE per il periodo 2014-2020: ossia, una media di 735 euro per abitante proviene dal bilancio dell’Unione e va direttamente a beneficio dei cittadini italiani. Il che vuol dire, ad esempio, circa 2.198.000 persone che hanno avuto accesso a servizi sanitari di migliore qualità. Questi fondi supportano anche 101.622 imprese con la creazione di 23.425 posti di lavoro.

Tutto ciò non ha nulla a che fare con la persistente caricatura di un’Europa fatta di cieca austerità. E i risultati sono lì a dimostralo. L’Unione europea ha ormai registrato 23 trimestri consecutivi di crescita. Dall’inizio del mandato della mia Commissione sono stati creati 12,6 milioni di posti di lavoro. Il tasso di disoccupazione è al suo livello più basso dall’inizio di questo secolo. E il tasso di occupazione non è mai stato così alto. Oggi, in Europa, 240 milioni di uomini e donne risultano occupati, e si tratta di una cifra da record. Se quei 12,6 milioni di posti di lavoro fossero andati persi, la Commissione sarebbe stata accusata di esserne l’unica responsabile: quindi, permettetemi di rivendicare almeno una parte di questi progressi.

Sì, le Istituzioni europee hanno fatto molto per riportare l’Europa sulla via della creazione di posti di lavoro e della crescita, ma voglio anche rendere omaggio agli Stati membri che hanno saputo prendersi le proprie responsabilità. Questa crescita, questi posti di lavoro, erano la nostra priorità, ma avrebbero avuto senso se avessimo messo l’equità al centro delle preoccupazione. Fin dall’inizio, l’Europa sociale è stata uno dei pilastri della nostra azione. Anche in questo caso, l’Europa è cambiata e continuerà a cambiare. Ad esempio, abbiamo modificato le regole sul distacco dei lavoratori per correggere il rischio di abusi e applicare un principio di buon senso per cui uno stesso lavoro in uno stesso posto deve avere una medesima remunerazione. Questo è un passo molto significativo in linea con il pilastro europeo dei diritti sociali proclamato nel 2017. Questo pilastro è costituito da 20 principi fondamentali tesi a difendere i diritti degli Europei in un mondo che in rapida mutazione.

Perché se gli Europei, e soprattutto i lavoratori, non si sentono più protetti dall’Europa, se pensano che l’Europa si preoccupi solo della competitività, non ascolti che la voce dei mercati e non riservi attenzione alla loro vita quotidiana e alle loro prospettive future, allora lentamente, ma sicuramente, non finiranno per allontanarsi dall’Europa. È questa ambizione di crescita equa e sostenibile, che guarda al futuro che è alla base delle nostre proposte anche per il prossimo quadro finanziario pluriennale europeo. Per i nostri ricercatori, per i nostri giovani, per i nostri agricoltori e per i nostri imprenditori, è importante che questa nuovo ciclo di programmi europei inizi bene nel tempo, noi e stiamo lavorando per questo.

Una consultazione elettorale decisiva

La verità è che l’Europa è oggi un po’ meno imperfetta di quanto non lo fosse qualche anno fa. Ma ciò non significa che l’Europa sia al riparo da rischi, sia che essi provengano da essa stessa o da altri.

Sono numerosi coloro che vogliono disgregare l’Europa, mentre in questo mondo, al tempo stesso sempre più multipolare e sempre più imprevedibile, l’Europa è più che mai essenziale per permettere ai paesi che la compongono di rispondere insieme e in modo più efficace alle nuove sfide e ai bisogni di protezione dei cittadini. E l’Europa non potrà incidere sul suo futuro e sul destino del mondo se non agisce in maniera unitaria con una  stessa determinazione e la volontà condivisa di far sentire la propria voce. È questa la convinzione che i leader europei hanno espresso a Sibiu, in Romania, il 9 maggio scorso, Giornata dell’Europa, con l’adozione all’unanimità di dieci impegni per rafforzare ulteriormente l’Europa in modo che possa adattarsi alle realtà del domani. E mentre, tra poche settimane, i cittadini europei saranno chiamati ad esprimersi alle urne, in una consultazione elettorale che si preannuncia decisiva, è più che mai importante rivolgere loro un discorso che parli dei valori attorno ai quali è stato costruito il progetto europeo – la pace, lo stato di diritto, la libertà e la solidarietà – ma anche dei grandi successi dell’Europa e la sua capacità di influenzare il corso del mondo.

Sento spesso pronunciare “Bruxelles”, come se l’Europa si riducesse a Bruxelles. Ma l’Europa è ciascuno dei nostri paesi, ciascuna delle nostre regioni e delle nostre città; l’Europa è ciascuno di noi. Quindi smettiamo di nazionalizzare i successi e comunitarizzare i fallimenti. Solo se giochiamo come una squadra possiamo vincere. La nostra unione è la nostra forza! Ecco perché la composizione del prossimo Parlamento europeo è così importante. È essenziale non cedere alla retorica euroscettica e nazionalista per scegliere, al contrario, dei deputati impegnati in questa lotta per avere un’Europa ancora più ambiziosa ed efficiente. E conto sull’Italia per difendere quest’Europa più unita, più forte, più democratica. Perché la storia dell’Europa è sempre stata scritta con l’Italia e il futuro dell’Europa può essere scritto solo con l’Italia.

Jean-Claude Juncker
Presidente della Commissione europea

(traduzione a cura di Davide Rigallo, Segretario regionale AICCRE Piemonte)

Vent’anni di politica migratoria europea in una rappresentazione teatrale: l’inchiesta di Almateatro sull’Europa dei muri in scena a Nichelino nella Giornata dell’Europa.










L’amministrazione comunale di Nichelino ha scelto di dedicare la Giornata dell’Europa (10 maggio 2019) a uno dei temi più delicati del dibattito nazionale ed europeo: quello dei migranti, dell’accoglienza e dei tanti muri eretti su molte frontiere dell’Ue. Lo ha fatto rappresentando sul palco del Teatro Superga la nuova produzione dell’associazione Almateatro Prima fu la volta dei migranti. Inchiesta sull’Europa dei muri, testo di Davide Rigallo e regia di Gabriella Bordin: riuscito esempio di teatro-inchiesta su un fenomeno spesso troppo semplificato e strumentalizzato da media e politica. Sul palco, la scena si apre con un video di cinque minuti, in cui un gruppo di ragazzi di “seconda generazione” esprime la propria idea di Europa. Quindi, due attrici, Elena Ruzza e Suad Omar, ripercorrono quasi vent’anni di politica migratoria dell’Ue, alternando rispettivamente la voce di una giornalista con quella di una testimone. Alle loro spalle, scorrono le immagini dei summit internazionali (particolarmente sottolineato il Vertice di Bratislava del settembre 2016), dei naufragi nel Mediterraneo, dei tanti muri costruiti per impedire l’arrivo dei profughi. Una serie di cartelli (scelta didascalica che ricalca il teatro brechtiano) scandisce i momenti salienti della crisi europea dei profughi, ossia di uno dei momenti più difficili della recente storia dell’Ue.

Momenti del dibattito. Da sinistra, Maria Gabriella Ramello, Michele Ruggiero e Massimo Gnone.

L’inchiesta non si limita a documentare fatti e responsabilità, ma pone domande sul rispetto dei diritti e sulla conformità delle politiche ai diritti fondamentali della persona. Temi, questi, che hanno fatto da filo conduttore del dibattito seguito alla rappresentazione, a cui hanno partecipato Michele Ruggiero (presidente dell’associazione “La Porta di vetro”), Massimo Gnone (rappresentante dell’UNHCR), Maria Gabriella Ramello (assessora al welfare e alle politiche internazionali del Comune di Nichelino e vicepresidente di Aiccre Piemonte), Davide Rigallo (Segretario regionale Aiccre Piemonte) e Gabriella Bordin (presidente di Almateatro). Tra le molte considerazioni emerse nel confronto, Michele Ruggiero ha messo l’accento sulle profonde contraddizioni che hanno segnato la politica migratoria dell’Ue nel corso degli ultimi cinque anni, mentre Massimo Gnone ha sottolineato la necessità di un approccio nuovo, che non si limiti a ridurre la comprensione del fenomeno migratorio a semplici dati statistici, ma consideri direttive, provvedimenti e strategie adottate dagli stati europei. Raccogliendo questa osservazione, Davide Rigallo ha fatto presente la necessità di dar vita a uno strumento di osservazione sulla politica migratoria europea, la cui mancanza ha di fatto permesso, in questi anni, che strategie e dispositivi normativi passassero spesso sottotraccia.

“L’ALBA DELLA NUOVA EUROPA”: 16 maggio 2019, ore 18, AICCRE Piemonte, Sala Conferenze, via Schina 26 (Torino)

Giovedì 16 maggio 2019, alle 18, presso la Sala conferenze dell’AICCRE Piemonte, in via Schina 26 (Torino), sarà presentato il nuovo numero della rivista “La Porta di vetro”, dal titolo L’alba della nuova Europa. La presentazione sarà coordinata da: Michele Ruggiero (presidente dell’associazione “La Porta di vetro”) e Davide Rigallo (segretario regionale AICCRE Piemonte). 

Alla vigilia dell’appuntamento elettorale per il rinnovo del Parlamento europeo, “La Porta di vetro” propone una serie di analisi, riflessioni, approfondimenti su alcuni dei temi più attuali del dibattito politico europeo: dal nodo del bilancio e del debito degli stati membri alla necessità di politiche sociali; dalla crisi della politica migratoria e del sistema Schengen alle emergenze ambientali; dal riemergere dei nazionalismi alle incognite del futuro assetto parlamentare europeo. 

Il volume raccoglie i contributi di: Nicoletta Bellin, Mercedes Bresso, Nicolò Carboni, Mauro Nebiolo Vietti, Davide Rigallo, Stefano Rossi, Emanuele Davide Ruffino, Michele Ruggiero, Pietro Terna, Gian Paolo Zanetta, Germana Zollesi.