Costruiamo oggi il futuro del lavoro

di Giovanni Ferrero * |

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L’Articolo 1 della nostra Costituzione sostiene che la Repubblica italiana è democratica e fondata sul lavoro.
Il lavoro è fondamento della Repubblica perché nel suo dispiegarsi costituisce reti sociali: così si esprime La Pira nei lavori preparatori della Costituente ottenendo larghi consensi. I lavoratori nel loro insieme sono la principale garanzia di un regime democratico: questo sostengono Concetto Marchesi, Giorgio Amendola, Aldo Moro e tanti, tanti, altri costituenti. Quindi l’impegno individuale raggiunge risultati significativi e stabili se è accompagnato da un generoso coinvolgimento di altri, portatori di opinioni e saperi diversi dai nostri. Questa interazione, nell’epoca dell’ascesa dell’industria e poi della ricostruzione post-bellica, avveniva soprattutto nei luoghi deputati alla produzione: le fabbriche, i cantieri, gli uffici.

Oggi la produzione è sempre più un fatto sociale; questa trasformazione cancella opportunità e tutele, in passato consolidate, ma nello stesso tempo pone le basi per opportunità nuove. La crisi del lavoro come elemento di stabilità, le difficoltà per i partiti di essere strumenti efficaci di rappresentanza di valori e di interessi, come invece la Costituzione prevedeva, ne sono evidenti effetti. Questo è alla base di una distribuzione sempre più ineguale di reddito tra i lavoratori ed è la causa di una sempre più massiccia concentrazione di capitali.

In questo quadro permangono però alcuni elementi di continuità. Il primo, evidente, è l’importanza fondamentale del livello di competenza e di istruzione che si conferma strumento principe per dare maggiore forza alle persone, ai lavoratori; in ogni caso la loro mancanza costituisce un handicap gravissimo per conseguire un accettabile ruolo sociale.In Piemonte il tasso di occupazione delle donne laureate è paragonabile a quello dei maschi laureati. Gli uomini senza titolo di studio hanno qualche chance di lavoro, le donne ne hanno molte meno.
Un recente studio in tal senso è stato svolto da Mauro Zangola e è consultabile sul sito ismel.it (www.ismel.it/images/La_condizione_delle_donne_nel_mercato_del_lavoro_Mauro_Zangola.pdf).
Lo stesso avviene in misura ancora più drammatica nel mezzogiorno d’Italia. Questo dimostra che il più rilevante strumento che concorre a superare la storica diseguaglianza tra i sessi continua ad essere il livello di istruzione. I bassi salari e la precarietà del lavoro nei settori più deboli dei servizi derivano dal fatto che questi non utilizzano le conoscenze dei lavoratori, la loro creatività e non ne incentivano la crescita professionale, ma sono un comparto economico basato sui bassi salari e sulla produzione di beni e servizi che tutti possono realizzare. Operano cioè in un contesto di alta concorrenza locale e internazionale.

Cesar Hidalgo, un brillante fisico teorico cileno ha pubblicato un libro tradotto in italiano con il titolo L’evoluzione dell’ordine: la crescita dell’informazione dagli atomi alle economie. I contenuti della pubblicazione sono reperibili su due siti: https://oec.world/en/ e http://atlas.cid.harvard.edu/ insieme a una straordinaria messe di dati sull’evoluzione dell’economia mondiale, del ranking dei Paesi e della diseguaglianza nella distribuzione di reddito. Nella sostanza il suo approccio parte da un’idea semplice: l’informazione non è cosa astratta, sconnessa dal mondo tangibile e concreto in cui viviamo. È invece l’attributo più rilevante della materia al punto che gli oggetti possono essere considerati come “cristalli di immaginazione”. Ciò è più evidente per quelli prodotti dall’uomo ma a ben vedere vale anche per i prodotti dell’evoluzione naturale. L’informazione cresce con il crescere della complessità delle organizzazioni che le producono. Un insieme di macchine connesse in rete incorpora l’intera scienza, conoscenza e saper fare di cui una civiltà è capace. Ecco allora che un lavoro migliore, meglio retribuito e più stabile è quello che nasce dove più alto è il livello di conoscenza che viene incorporato nei prodotti. Poco importa che si tratti di prodotti “tradizionali” in cui l’innovazione ha introdotto una nuova valenza sociale o nuovi prodotti ottenuti manipolando la materia su scala microscopica come avviene per molti oggetti tecnologici. Quale tecnologo avrebbe pensato 20 anni or sono che una macchina fotografica, una videocamera, un sistema per mandare messaggi multimediali ovunque nel mondo, un orologio, un calendario, un sistema di navigazione satellitare, una biblioteca sterminata, un contapassi, un misuratore del battito cardiaco e… potesse valere meno di 200 euro? Il telefono cellulare di cui sto parlando pesa meno di un bicchiere d’acqua ed è più potente di un computer che in passato pesava come… un’autocisterna. Lo sviluppo è quindi possibile, richiede sempre più lavoro e va concentrato negli ambiti che sono contigui, naturale evoluzione cioè, dei settori che costituiscono la forza e l’identità di un Paese. Per fare ciò non basta il titolo di studio, conoscenza e informazione individuale devono accompagnarsi a un saper fare che è collettivo e che costruisce solidarietà e reti sociali.



* Presidente di ISMEL, Istituto per la Memoria e la Cultura del Lavoro dell’Impresa e dei Diritti Sociali e membro del Consiglio di amministrazione dell’Istituto di studi storici Gaetano Salvemini.

Posted on: 2019/10/10, by :