Crisi Iran-Usa: l’Europa alla finestra

di Osvaldo Napoli *|

|

La situazione in Iraq è in tutto simile a “un vulcano in procinto di esplodere a causa della sconvolgente escalation, delle decisioni emotive e impulsive, della mancanza di saggezza e senso di responsabilità”. Ogni cristiano non ha difficoltà a riconoscersi in queste parole, pronunciate dal patriarca caldeo di Baghdad, Louis Raphael Sako, nell’omelia il giorno dell’Epifania. Il cardinale si è rivolto “alle persone sagge di tutto il mondo perché evitino questa eruzione, poiché saranno le persone innocenti il carburante di questo fuoco”.

Un’immagine intensa, valida per l’Iraq non meno che per la Libia o la Nigeria e, in generale, per tutti quei Paesi attraversati da divisioni laceranti, da forme di guerra aperta o strisciante, ma sempre con gli innocenti a pagare il prezzo dell’umana follia. La guerra a bassa intensità che Stati Uniti e Iran combattono dal 1979, più esattamente dal 31 gennaio di quell’anno, giorno del ritorno in Iran dell’ayatollah Ruhollah Khomeyni. La debole impronta laica della società iraniana venne cancellata con l’imposizione del codice coranico, la sharìa, e gli Stati Uniti divennero da quel momento il “male assoluto”, il “satana” occidentale. Atteggiamento ricambiato da Ronald Reagan, che incluse l’Iran fra gli “stati canaglia” nemici della civiltà e della democrazia.

Dietro le quinte di questa rappresentazione scenografica, persisteva in realtà il secolare braccio di ferro fra le potenze regionali del Medio Oriente e le democrazie occidentali per il controllo delle fonti energetiche. L’elemento religioso pesa molto più di più nel confronto interno al mondo islamico con la divisione fra la comunità sciita, largamente maggioritaria, e quella sunnita, incarnata dalla dinastia waabita in Arabia Saudita e da tutti riconosciuta come la principale ispiratrice, e finanziatrice, del terrorismo di matrice islamica.

Lo scenario carico di tensioni è reso oggi più complesso rispetto al passato a causa della crisi del multilateralismo, gravemente scosso dal risorgente sovranismo sulle due sponde dell’Atlantico. L’America di Trump guarda con diffidenza all’Europa e l’approccio globale, reso possibile dalla funzionalità della Nato, è finito in soffitta con l’affermazione della dottrina dell'”America first”.

Sullo sfondo di una realtà così frastagliata e per questo infiammabile come mai prima, l’Europa non ha fin qui trovato la forza per imporsi come soggetto politico e diplomatico capace di costruire una mediazione alta nelle aree di crisi. I rischi di guerra sono direttamente connessi alla fragilità della posizione europea, incerta e balbettante. Il silenzio sull’uccisione del generale Soleimani è la forma più alta di dissenso dell’Europa verso gli Stati Uniti. Ma oltre il dissenso, manca una posizione politica “europea” mentre si fanno sentire le posizioni di singoli Paesi come Francia, Gran Bretagna o Germania. Colmate il vuoto europeo deve essere il primo impegno per ogni persona di buona volontà. Senza le armi di una comune visione politica e di una forte e univoca azione, il vulcano evocato dal card. Sako rischia di esplodere e la sua lava potrà riempire il vuoto dell’Europa.



* Parlamentare di Forza Italia (primo ingresso a Palazzo Montecitorio nel 2001), consigliere comunale di Torino dal 2016, dopo essere stato sindaco di Giaveno e Valgioie. Consigliere della Fondazione Italia-Usa è membro della Commissione esteri della Camera.

Posted on: 2020/01/07, by :