Erdogan e il ricatto di Idlib all’Europa

di Germana Tappero Merlo |

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L’Europa è nuovamente sotto ricatto turco che, a pensarci bene, non si è mai interrotto. Erdogan minaccia di aprire i cancelli a migliaia di profughi siriani che accoglie da anni nel suo territorio non certo per pietas, ma per contingente evenienza e, soprattutto, calcolata convenienza. Il ricatto è chiaro: o l’Europa interviene a garantirgli ciò che gli spetta di porzione del territorio siriano sostenendolo diplomaticamente e magari militarmente con l’aiuto della Nato, oppure i cancelli turchi verranno aperti, lasciando fluire migliaia di disperati lungo i Balcani e verso un’unica direzione, il cuore dell’Europa. Un assaggio delle intenzioni turche è già evidente in queste ore: mezzi organizzati da Ankara sono pronti a condurre i rifugiati in prossimità della frontiera con la Grecia, mentre altri disperati – si parla di 4mila – già stanno premendo sui posti di blocco eretti all’ultimo da Atene.

La porzione di territorio siriano che Erdogan rivendica è la provincia di Idlib, ciò che resta del territorio nazionale che manca ad Assad per completare la liberazione da forze ribelli e, in questo caso, jihadiste. È infatti il santuario delle ultime sacche di resistenza dei combattenti della coalizione Hayat Tahir al-Sham, quell’ex al-Nusra affiliata ad al-Qaeda, dal 2011 acerrima nemica di Damasco e sostenuta da anni e sino ad oggi proprio da Ankara. Le ragioni di Erdogan sono chiare: la Turchia necessita di quella parte di territorio siriano per garantirsi una profondità strategica che ponga in sicurezza il proprio territorio nazionale. Le stesse, identiche e, a parer suo, ovvie ragioni che elencò già l’autunno scorso, quando mobilitò i suoi mezzi aerei e corazzati per intervenire duramente contro i curdi siriani di Afrin. Ottenuto il controllo su entrambe le zone, Erdogan potrebbe disporre sul suolo siriano di una ampia zona cuscinetto che si estende lungo tutti i confini turco-siriani fin verso la costa di Latakia, proprio per ricollocare – stando alle sue affermazioni – parte dei 3 milioni e mezzo di profughi presenti sul suo territorio. Una presenza ingombrante, gravosa e minacciosa della sicurezza interna turca.

Ragioni di sicurezza, quindi, di fronte ad una grave instabilità regionale che, tuttavia, proprio la Turchia ha contribuito a creare e che, fin dai sui albori, ha largamente alimentato. Non disponendo però di alcun interlocutore in grado di sostenerlo nella regione e in difficoltà in campo militare, Erdogan si è rivolto alla Nato. La risposta è stata chiara: l’Alleanza non può fare nulla, nemmeno di fronte all’uccisione per mano russo-siriana di 35 soldati turchi (e Mosca nega il suo coinvolgimento diretto), anche perché non c’è stata aggressione contro il territorio turco ma, al contrario, è la stessa Turchia ad essere illegalmente forza di occupazione di uno Stato sovrano. D’altronde oltre ad essere un insaziabile ricattatore, e si sa, Erdogan non rispetta alcun patto o alleanza. L’accordo violato ora è quello proprio di Idlib con Russia e Iran del 2018, laddove il vincolo di non ingerenza sul territorio siriano era chiaro ed esplicito. Né lo si può ritenere fedele al Patto Atlantico e lo ha dimostrato innumerevoli volte. Perché continuare a fidarsi? Rimane paradossalmente Putin, l’unico che ancora pare poter portare Erdogan a ragionevoli trattative anche se, su entrambi, pesa la questione libica, dove appoggiano fazioni avverse. Tuttavia, sono in ottimi affari con il gas, quel TurkStream che ha una valenza strategica al di là di ogni iniziativa, diplomatica o militare, in Siria come in Libia.

All’Europa taglieggiata dal Califfo turco incombe il rischio di un’ennesima emergenza, quella dei rifugiati. Non cosa da poco e nemmeno risolvibile con trattative, dato che l’Unione Europea non ha alcun peso politico nella regione e non disporrebbe di risorse finanziarie per concludere altri accordi. E poi perché, e lo ha dimostrato in questi lunghi anni di guerra in Siria e con lo scacco dell’accordo sul nucleare iraniano, non è pronta per alcun impegno diplomatico autorevole in Medio Oriente. La ragione è espressa chiaramente nel giudizio di Fiodor Lukyanov, esperto russo di relazioni internazionali, secondo cui: “Oggi, in quella regione, anche un mediatore, un ambasciatore, un broker deve saper tenere un’arma in mano. Non c’è spazio per la diplomazia astratta, per il rischio zero”. Constatazioni amare ma purtroppo realistiche, che delineano scenari futuri complessi per il Medio Oriente ma anche per l’Europa stessa. Esclusa da quello scacchiere, infatti, essa è costantemente sotto ricatto di un Erdogan che, ancora una volta, coerentemente alla sua indole infedele agli accordi e ingorda di potere, ha aperto i rubinetti alla fiumana di disperati.



Posted on: 2020/03/01, by :