Oceani, un mondo dimenticato

Mercedes Bresso
in dialogo con Claude Raffestin |

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MERCEDES: “Questo percorso che facciamo sull’acqua, ci fa sentire a che punto questi due terzi del globo coperti dagli oceani sono al tempo stesso importanti e trascurati. In tutto il mio lavoro scientifico ho trovato poche riflessioni sul ruolo degli oceani, da parte degli economisti (ma anche del grande pubblico), salvo naturalmente la questione del controllo della pesca e l’organizzazione dei trasporti. Una notevole eccezione fu il libro di Rachel Carson Questo oceano che ci circonda (cito a memoria traducendo, Carson era anche l’autrice di Primavera silenziosa, il libro che denunciò per primo i danni prodotti alla fauna selvatica dall’agricoltura chimica.) Eppure un migliore utilizzo di questa parte del globo potrebbe aiutarci ad affrontare molti problemi: da quello alimentare, alla fissazione della CO2, alla produzione di energia rinnovabile, che potrebbe sfruttare il movimento eterno dell’acqua…”

CLAUDE: “In effetti lo spazio oceanico è stato per lungo tempo considerato per eccellenza come uno spazio di circolazione, che ha facilitato la scoperta del mondo. Il mare era il luogo dell’avventura ma anche degli scontri fra i popoli. D’altronde il mare è sempre stato un fornitore di nutrimento per le popolazioni della costa (pesci, molluschi, crostacei ma anche alghe). E già dall’antichità si utilizzavano certe conchiglie per le tinture o per fabbricare oggetti ornamentali. Ma la grandezza e la profondità degli oceani hanno sempre fatto paura.”

MERCEDES: “In realtà c’è un paradosso: la risorsa ittica è stata fin troppo sfruttata mentre molte altre risorse potenziali del mare sono state ignorate. Ad esempio, l’uso delle maree per la produzione di energia, pertanto ben padroneggiata. Lo stesso movimento continuo delle acque potrebbe essere una fonte inesauribile. Spesso ci battiamo per l’utilizzo idroelettrico di piccoli torrenti montani, creando problemi naturali gravi, quando dal mare potremmo trarre tutta l’energia che vogliamo. Certo serve una tecnologia adatta ma non mi sembra così impossibile metterla a punto, si tratterebbe sempre direi di turbine…”

CLAUDE: “E poi c’è la risorsa del plancton, fondamentale per la fauna marina ma anche per molte funzioni globali, tra l’altro la fissazione di CO2, che è drammaticamente messa a rischio a causa del rigetto di inquinanti oleosi che ne riducono la produttività. Mi impressiona il fatto che siamo riusciti a compromettere degli spazi così immensi e apparentemente deserti, con le nostre attività che hanno considerato gli oceani come un’immensa cloaca, che non necessitava di particolari misure. La stessa vita marina ci è sembrata meno degna di attenzione. Ci siamo più preoccupati delle specie come le balene e i mammiferi marini che del complesso della vita, forse perché è spesso invisibile. Credo sia giunto il momento di denunciare la nostra disattenzione a questo invisibile che è tuttavia ben vivente e minacciato.”

MERCEDES: “La recente crescita del numero di parchi marini è sicuramente un aspetto positivo, così come le preoccupazioni per la dispersione delle plastiche e di altri inquinanti. In Perù ho anche visitato un centro per il recupero delle tartarughe ferite da battelli da pesca o che avevano inghiottito degli ami o della plastica. Ma queste misure restano una sorta di maquillage se non si affronta la questione della protezione e del corretto utilizzo degli oceani come una grande sfida globale: in fondo, dopo l’aria, sono il maggiore dei Commons, cioè dei beni ambientali comuni.”

CLAUDE: “Ci sono molti accordi sull’uso dei mari, soprattutto relativi alle acque territoriali, alla navigazione e alla pesca ma spesso trascurano queste grandi estensioni dove si assicurano gli equilibri globali e dove probabilmente si gioca la sfida del nostro futuro. I grandi meeting ambientali mondiali dovrebbero preoccuparsene di più.”



Posted on: 2020/02/07, by :