Politica industriale o politica economica?

di Pietro Terna |

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La produzione industriale di dicembre è scesa del 4,3% rispetto a un anno prima; il mese non è molto significativo perché “corto” e nel 2019 c’è da tenere conto di un ponte in più, ma il dato ha destato allarme. Forse sono più preoccupanti altri dati: la Germania che continua a frenare ed è la destinazione più importante del nostro export industriale; il rischio di un pesante riflesso economico della diffusione del virus apparso a Wuhan.

La prima reazione al dato di dicembre è la richiesta di una politica industriale rinnovata per l’Italia. Ma è questo il punto? Non serve in realtà una nuova politica economica?

Una politica per l’industria1 fu il titolo di un rapporto uscito nel maggio 1969, a cura della Commissione problemi organizzativi del comitato centrale dei gruppi giovani industriali, come recita il frontespizio. Fu una proposta di grande rinnovamento di una parte molto importante della società italiana, grazie anche all’apporto di elaborazione culturale del Centro di ricerca e documentazione “Luigi Einaudi” di Torino, come si legge nell’introduzione. Da allora strada se ne è fatta molta, ma forse occorre ritornare alle basi e ragionare sul contesto sociale nel suo complesso; contesto di cui certo da parte l’industria, che ne è influenzata e lo influenza. In questa prospettiva a essere necessario è un rinnovamento della politica economica nazionale. Non chiamiamola Nuova politica economica perché ricorderebbe la NEP, istituita dai sovietici nel 1921 per poi essere cancellata da Stalin nel 1928…

Se ci si limita alla politica industriale, il rischio è che ci si accontenti di provvedimenti che – pur auspicabile perché necessari – risultino inadeguati se confrontati con la gravità della situazione complessiva. Nel breve non servono pannicelli caldi, ma uno shock positivo: occorre rilanciare la domanda e l’unico modo per farlo è dare lavoro alle persone, specialmente ai giovani; può farlo la Pubblica Amministrazione con nuove assunzioni, agendo prima che sia troppo tardi.

Le azioni di lungo periodo2, con le infrastrutture e con ricerca e formazione di alto livello, sono importantissime, anche per l’industria, ma i frutti si vedono solo a distanza di anni, fatto salvo l’effetto espansivo immediato della spesa per le opere pubbliche.

Con quali risorse realizzare lo shock? Negli ultimi giorni sul Sole 24 Ore sono comparsi articoli, tra loro collegati, di Innocenzo Cipolletta, il 6 febbraio3; di Fabio Ghiselli, l’11 febbraio; infine, di Giorgio La Malfa, il 13. Tutti hanno discusso, con concordanze e distinguo, della possibilità di tassare i grandi patrimoni, ricollegandosi – cito Cipolletta – a quanto fece a suo tempo Carlo Azeglio Ciampi per far entrare l’Italia nell’euro. Poiché il disavanzo pubblico era allora gravato da una forte e crescente spesa per interessi che il paese pagava a causa dei rischi di continue svalutazioni della lira, propose una tassa “transitoria”, che potesse ridurre il disavanzo pubblico in modo da consentire alla lira di entrare nell’euro e che sarebbe stata in parte restituita una volta che, entrati nell’euro, avessimo ridotto la spesa per interessi. Era il 1996 e l’operazione portò 4.300 miliardi di lire nelle casse dello Stato, che poi restituì il 60% dell’introito, senza interessi, nel 1999.

La destinazione immaginata da chi ha scritto quegli articoli, pur con diverse sfumature, è la riduzione del debito pubblico, acquisendo così maggior forza sui mercati finanziari e potendo quindi emettere i titoli pubblici a tassi via via più convenienti (è recentissimo il successo della collocazione di nostri BTP triennali a tasso negativo), con grande vantaggio per la spesa in conto interessi. Ne deriverebbe un miglioramento dei conti pubblici, con un ulteriore effetto benefico.

Lo shock positivo si produrrebbe destinando una parte di quelle entrate, e della riduzione degli interessi, all’assunzione di giovani qualificati, specialmente laureati, nella pubblica amministrazione.

Mentre scrivo, risuonano le critiche che si ricevono parlando di assunzioni nella PA. Fermi tutti! Sfatiamo il luogo comune dell’eccesso di dipendenti pubblici in Italia. Tenendo conto dei dipendenti diretti e indiretti (quelli di enti che sono emanazione della PA) ce ne sono meno che nei principali paesi europei4. Se noi avessimo quei livelli di impiego pubblico, la nostra disoccupazione giovanile sarebbe molto ridimensionata.

Faccio parte di un gruppo di studiosi (economisti e sociologi), via via allargato, su questi temi. Siamo sempre più convinti che si tratti di un’azione che ha enormi effetti sia di breve, sia di lungo periodo. Nel breve, rilancia la domanda, innesca effetti moltiplicativi nei consumi, permette alle famiglie, soprattutto ai giovani, di ritrovare fiducia e mettere in atto progetti di vita, concorrendo al cambiamento delle aspettative di tutti. Nel lungo periodo, una massiccia immissione di giovani laureati nel sistema pubblico ne aumenta la capacità di azione e la modernizzazione, con l’adozione di quelle tecniche informatiche che le nuove generazioni sanno fare proprie.

Infine, una terza parte di quelle entrate e della riduzione degli interessi può essere destinata allo sblocco dei progetti di nuove infrastrutture. Non si dica che non siamo più capaci a operare in quella direzione. Il nuovo Ponte di Genova, come Renzo Piano propone sia chiamato, serva anche a ridarci fiducia in noi stessi e quindi a suscitare speranze.



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1Il testo del rapporto, in pdf, può essere scaricato da https://terna.to.it/centroEinaudi/
2Si richiamano a le Ricette ad alto rendimento per l’Italia.
3https://www.ilsole24ore.com/art/una-manovra-ciampi-tassa-anti-deficit-ACSzoPHB?refresh_ce=1
4Come riferimento si veda ad esempio http://www.ismel.it/images/Pubblica_amministrazione_e_giovani_-_marzo_2019.pdf


Posted on: 2020/02/15, by :