Quel 27 gennaio ai cancelli di Auschwitz

di Marco Travaglini * |

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La memoria della Shoah, dell’olocausto, con l’istituzione della Giornata della Memoria, viene rievocata ogni anno attraverso il valore emblematico della liberazione del lager di Auschwitz, settantacinque anni fa. Il 27 gennaio del 1945 cadeva di sabato. Le truppe sovietiche della 60ª Armata del Primo Fronte Ucraino, giunsero nella cittadina polacca di Oswieçim (in tedesco Auschwitz), a 75 km da Cracovia. Le avanguardie più veloci, al comando del maresciallo Konev, raggiunsero il complesso concentrazionario di Auschwitz-Birkenau-Monowitz nel pomeriggio, abbattendo i cancelli del campo di sterminio e liberando più di settemila deportati. Ad Auschwitz, un paio di settimane prima, i nazisti si erano rovinosamente ritirati portando con loro, in una marcia della morte, tutti i prigionieri sani, molti dei quali morirono lungo il percorso. Prima di Auschwitz erano stati raggiunti i campi di sterminio della Polonia orientale, Chełmno e Bełżec, vere e proprie fabbriche di morte come Treblinka e Sobibòr, dove i deportati venivano immediatamente uccisi nelle camere a gas. La scoperta di Auschwitz e le testimonianze dei sopravvissuti rivelarono compiutamente per la prima volta al mondo l’orrore del genocidio nazista. I morti nei campi di sterminio, ai quali vanno aggiunti anche le centinaia di migliaia di ebrei uccisi nelle città e nei villaggi di Polonia, Ucraina, Bielorussia, Russia, i morti del ghetto di Varsavia e altri ancora, furono oltre sette milioni.

La ricorrenza del 27 gennaio offre una buona occasione per riflettere sulla storia agghiacciante della discriminazione e dello sterminio razzista. Una storia tragica, scandita in Italia dalle leggi razziali del 1938 che cancellarono i diritti civili di quaranta mila cittadini italiani, dai luoghi dell’annientamento fisico di milioni di ebrei, di detenuti politici, soldati e resistenti, di persone definite da Hitler “difettose”. Una riflessione che è parte di uno sforzo necessario per garantire la continuità delle conoscenze tra le generazioni, affinché si possa comprendere, sino in fondo, il significato del nazi-fascismo, che aveva posto a suo fondamento il principio di discriminazione; e di come la tragedia possa ripetersi in un mondo scosso da guerre, eccidi, violenze dal medio oriente all’Africa, dal continente sud americano fino all’estremo oriente. Gli ultimi esempi – in Europa – vennero dai Balcani, all’inizio degli anni ’90, in Bosnia Erzegovina e poi nel Kossovo e ultimamente in Ucraina.

Se è potuto accadere tutto questo – vale la pena ricordare che quello di Auschwitz era un Vernichtungslager, cioè, letteralmente, un lager di “nullificazione” – è perché uno Stato ha fondato la propria legittimazione sul principio di disuguaglianza. Il nazismo si fondava, come il fascismo, sul principio di discriminazione. Senza quel principio non avremmo avuto gli orrori successivi. L’accettazione di quel principio ha prodotto come “conseguenza normale” il passaggio dalla negazione dei diritti degli ebrei al loro sterminio, con l’applicazione rigorosa di principi di efficienza e un’organizzazione razionale basata sull’applicazione metodica e quotidiana di operazioni burocratiche che Hannah Arendt descrisse, nel loro insieme, come la “banalità del male”. Gli ebrei, e con essi gli zingari, gli omosessuali e le persone “difettose” non venivano arrestati e sterminati a causa delle loro azioni, o del loro “avere”, ma solo in ragione del loro “essere”. Così i prigionieri politici, i dissidenti, gli internati militari. Ecco perché il dovere della memoria della Shoah è parte integrante dell’impegno permanente contro l’indifferenza, contro il torpore della memoria. La capacità di lottare contro il principio di discriminazione, che costituisce la più grave forma di iniquità sociale, è uno dei capisaldi della dignità di uno stato democratico. Un lavoro di formazione, di trasmissione di valori, sentimenti, ideali è necessario per dare un senso alla vita e permettere che la vita abbia un senso.



Auschwitz, entrata del lager.

Birkenau.



* Nato a Baveno, sul lago Maggiore, nell’autunno del 1957, vive e lavora a Torino al Comitato Resistenza e Costituzione del Consiglio regionale del Piemonte. Giornalista pubblicista dal 1982, ha scritto per i quotidiani L’Unità , La Prealpina e Il Riformista e collabora a numerosi periodici e riviste. Autore di narrativa e saggistica, fa parte del GISM, il gruppo italiano scrittori di montagna. “Il tempo dei maggiolini” (Impremix Visualgrafika) e “ Bosnia,l’Europa di mezzo. Viaggio tra guerra e pace, tra Oriente e Occidente” (Infinito Edizioni) sono i suoi ultimi libri. Recentemente ha partecipato all’antologia di racconti” Piemontesi per sempre. Viaggio emozionale nel cuore del Piemonte” e nel 2019 si è aggiudicato il ” Premio letterario internazionale Andrea Testore – Plinio Martini – Salviamo la Montagna” nella sezione giornalismo. Dal 2005 al 2010 ha ricoperto la carica di consigliere regionale del Piemonte nell’VIII° legislatura.

Posted on: 2020/01/10, by :