Sicurezza e difesa di una Nazione

di Germana Tappero Merlo |

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La parola sicurezza, e lo sa anche Wikipedia, deriva dal latino sine cura, “senza preoccupazione”, che equivale a far sì che “l’evoluzione di un sistema non produrrà stati indesiderati”. In pratica, è tutto ciò che ruota attorno all’acquisizione, in vari modi, di informazioni e dati, da cui la loro elaborazione per arrivare alla definizione e alla conoscenza circa una situazione di rischio. Da qui si parte per elaborare la difesa, con la stesura di analisi di previsione ed enunciazione di misure operative, per arginare, contrastare ed eliminare quel rischio. Che sia sicurezza sul lavoro, sanitaria o nazionale, il significato è quello. È tanto semplice, addirittura banale ma, a quanto pare, poco o per nulla compreso.

La sensazione, infatti, è che questo concetto globale, omnicomprensivo di sicurezza per un Paese, in relazione al Covid-19 non sia stato considerato da buona parte della classe politica come una priorità da rispettare, con la nefasta conseguenza di aver omesso ciò che serviva anche per la difesa della nazione, sebbene la Gazzetta Ufficiale del 31 gennaio 2020 deliberasse lo stato d’emergenza “in conseguenza del rischio sanitario connesso all’insorgenza di patologie derivanti da agenti virali trasmissibili”. La percezione del rischio, quindi, c’era, a fronte però della totale mancanza della consapevolezza da parte della politica di ciò che questi “agenti virali” avrebbero comportato per la salute e la difesa dei cittadini. Ne è derivato che questa emergenza di sicurezza nazionale è stata trattata esclusivamente come “strumento della politica”, tra contraddizioni e ripensamenti, da cui perplessità, fughe di notizie e caos comportamentali dei cittadini, con degenerazione e allargamento dell’epidemia. Le conseguenze di quelle leggerezze, infatti, le conosciamo.

Non ci consola sapere che altri governanti, in giro per il mondo, si sono comportati peggio. Il problema di fondo è, e rimane, la mancata percezione della nostra classe politica, tutta e senza distinzioni, a comprendere il vero significato appunto di concetti quali Sicurezza e Difesa di una nazione. Lo si è visto con la tragica trafila imposta alle mascherine di protezione, acquistate in ritardo dalle nostre istituzioni in ogni dove nel pianeta, con un iter burocratico e doganale macchinoso e frenante, ma soprattutto con una carenza di coordinamento fra il ministero degli Esteri e le nostre rappresentanze diplomatiche che ha fatto sì che quelle stesse mascherine, primo ed elementare strumento di difesa personale, si perdessero in un giro del mondo senza alcuna logica. Solo ora, a settimane dalla comparsa della tragica emergenza sanitaria, con un ritardo imperdonabile, si è deciso di attivare una produzione nazionale. E senza mascherine non vi è sicurezza e, quindi, men che mai, un ritorno ad una protetta e difesa quotidianità, qualunque essa sia, quella degli operatori sanitari, ma anche della gente comune.

Non da meno, infatti, il concetto di difesa di una nazione presso chi ha il dovere di comprenderla e attuarla a 360 gradi, sembra essere poi così chiaro. Il rischio di un attacco biologico, ossia con agenti fra cui appunto batteri, virus e tossine tramutabili in armi di distruzione di massa, anche se bandito da una Convenzione internazionale del 1975 e ratificata da 182 Paesi, non è poi così remoto. Il rispetto del bando si basa esclusivamente su misure atte a instaurare fiducia fra i firmatari, fra scambi di informazioni e riesami periodici delle norme. Tuttavia, esistono attività biologiche con potenziali applicazioni a duplice uso, o dual use, ossia ad uso civile e militare, di tecnologia o chimica che potrebbero confondere alquanto gli osservatori, soprattutto se disattenti o impreparati alle nuove forme di guerra ibrida. Perché la guerra batteriologica – anche se ultima a essere considerata come potenziale forma di guerra fra tutte quelle che ormai caratterizzano i moderni conflitti, da quella convenzionale, al terrorismo, a quella economica, diplomatica, cibernetica e addirittura di propaganda, insieme al bioterrorismo – sicuramente non sarà facilmente realizzabile, ma non è poi così improbabile.

E anche senza arrivare a questi estremi, basta evidenziare il pantano in cui è incorsa l’intuizione di personale medico dell’Ospedale Garibaldi di Catania, nella persona dell’allora Primario di Rianimazione, dott. Sergio Pintaudi, nel cercare di istituire, già un paio di anni fa, un reparto di biocontenimento appunto presso quell’ospedale che lo avrebbe reso il terzo polo italiano al riguardo, dopo il Sacco di Milano e lo Spallanzani di Roma. Una risorsa irrinunciabile e preziosa nell’attuale emergenza. “Una carenza culturale e la mancanza di una regia nazionale” – come da gentile giustificazione del dott. Pintaudi – hanno però arenato un progetto atto a contrastare i rischi da epidemie batteriologiche in una regione, la Sicilia, a grave incognita sanitaria vista l’immigrazione non controllata da continenti come l’Africa e da Paesi devastati da anni di guerra.

La reale ed accurata conoscenza dei pericoli in cui può incorrere la sicurezza di una nazione è, quindi, un atto irrinunciabile di responsabilità di chi fa politica. La presa di coscienza per attuare misure di difesa adeguate per i propri cittadini è, di conseguenza, un dovere inderogabile di costoro. Se disertano in questo loro elementare compito di responsabilità non è esagerato affermare che peccano di negligenza verso la Nazione, il suo popolo e la sua Costituzione.



Posted on: 2020/04/01, by :