Suleimani e il gioco dell’oca di Trump

di Germana Tappero Merlo |

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L’uccisione per mano statunitense di due generali iraniani, Qassem Suleimani e Abu Mahdi al-Muhandis, artefici con le loro milizie sciite della vittoriosa guerra dell’Iran in territorio iracheno contro il sedicente Stato Islamico e forze qaediste, rischia di innescare una spirale di violenza e odio di difficile contenimento. Ed è l’unico dato sicuro. Il livello a cui potrebbe giungere la vendetta promessa da Khamenei, invece, divide le opinioni degli analisti. Per alcuni, l’Iran potrebbe ricorrere ad azioni mirate contro obiettivi statunitensi, di cui abbonda il Medio Oriente e non solo. Per altri, l’Iran ha imparato la lezione e, sebbene aggressivo a parole, non cadrà in tentazioni suicide affrontando gli Usa con una guerra – almeno non quella convenzionale, certamente -, e si limiterà alle parate con un popolo in lacrime che inveisce contro il Satana americano. In pratica, o una spirale di violenza, non facilmente gestibile per entrambe le parti, oppure l’abbassamento della testa di Teheran di fronte all’imprevedibilità e la determinazione dell’amministrazione Trump che, con azione mirata e deterrente, ha spezzato in pochi attimi l’orgoglio politico e militare iraniano.

Perché Suleimani, ed è bene evidenziarlo, era il perfetto incrocio iraniano di capacità tattiche ed operative proprie di due generali statunitensi messi insieme, D. Petraeus e S. A. McKrystal. Tattica e strategia, dialogo e azione, comprensione e fermezza, a cui Khamenei aveva affidato il futuro della rivoluzione khomeinista al di fuori dei confini nazionali. Pochi, oltre ai soliti attori in Medio Oriente, ne avevano percepito l’importanza a guerra siriana e irachena avviata. Israele, per prima e da sempre, a cui era seguita la Russia e solo più tardi, sicuramente, i vertici militari statunitensi che, alle azioni delle milizie di Suleimani sul campo iracheno contro i jihadisti dell’ISIS, avevano garantito una potente protezione aerea. Finita l’alleanza, Suleimani è tornato ad essere il nemico numero uno, come a suo tempo Osama bin Laden e in seguito Abu Bakr al-Bagdadi.

L’errore che può costare caro agli Usa è di aver considerato Suleimani al pari di costoro, e come tale averlo neutralizzato. Se per i due padri del terrorismo jihadista vi erano anacronistiche ambizioni di Califfato, un’isterica ideologia eversiva, un popolo a sostegno più di disperati tagliagole e ora, forse, più virtuale che concreto, per Suleimani vi è una potenza, piccola, regionale ma pur sempre riferimento per una parte del mondo musulmano e comunque ben addentro alle relazioni economiche e diplomatiche mondiali, anche e nonostante le sanzioni economiche statunitensi. E la loro storia insegna che queste, da sole, possono sì piegare una nazione, ma sono pur sempre un’arma a doppio taglio anche per chi le impone; e poi perché vi sono altri attori strategici, che ci piacciano o no, disposti a non considerarle e un popolo, quello iraniano, che si è sempre stretto attorno al suo governo per affrontare unito l’emergenza. È questa intesa, uscita indenne dalle più recenti sanzioni, che Trump ha voluto colpire. Per nulla credibile allora quando afferma di non volere un cambio di regime a Teheran.
Suleimani non era, quindi, solo il nuovo nemico da neutralizzare. Era infatti anche il depositario di una missione complessa, quella della difesa delle comunità sciite sparse nel mondo, dal Medio Oriente, Centro Asia e in Africa e, soprattutto ora, in un contesto di evoluzione delle relazioni mondiali, della diffusione dei modelli iraniani di teocrazia e di cultura. Ciò anche oltre i tradizionali confini del mondo musulmano, visto l’attivismo dell’Iran per attrarsi le comunità della diaspora sciita in America Latina.

L’azione americana contro Suleimani rappresenta comunque ancora ben altro. Come in un cinico gioco dell’oca, Trump ha riportato al punto di partenza la competizione in Medio Oriente, dopo la parentesi (non del tutto chiusa) della lotta allo Stato Islamico e i riserbi del suo predecessore: ha rifomentato, infatti, e con prepotenza, lo scontro fra sunniti e sciiti, e lo si è visto dall’esultanza delle piazze sunnite per la morte del potente sciita Suleimani. La religione torna essere ideologia, là dove peraltro, lo sciismo ha una guida spirituale di riferimento e il sunnismo, invece, non ne possiede affatto, finendo per attrarre cattivi e sanguinari maestri.
È un gioco il cui traguardo finale è il controllo e un auspicabile smembramento dell’Iraq. Impossibile e incauto lasciare quell’area al controllo iraniano. Era necessario riprendere in mano le sorti di quella regione e ricominciare il gioco dell’oca.

Infido, però, da entrambe le parti, dichiarare di non volere la guerra. Certo non guerra convenzionale, per innumerevoli considerazioni tattiche, oltre, si spera, per il buon senso. Ma si sa che oramai la conflittualità, ai nostri giorni, ha innumerevoli domini e strumenti. I boots on the ground verranno comunque inviati. Così Trump ha deciso.
Ma per l’Iran e la sua vendetta sarà qualcosa di diverso. Siamo in Medio Oriente, occorre ricordarlo, dove i parametri di valutazione di ciò che accade e la tempistica propri dell’Occidente hanno una valenza molto, ma molto relativa. Ecco perché l’azione contro Suleimani ha una valenza strategica e tattica di enorme rilevanza che occorrerà studiare oltre gli schemi occidentali, di breve periodo, e in cui il confronto ha solo e sempre toni muscolari e manca, sempre, pericolosamente di una exit strategy. Pochi ne hanno consapevolezza. In quella regione, Israele lo sa perfettamente. Chiediamoci perché nonostante ciò che rappresentava Suleimani anche e soprattutto per la sua sicurezza, e ne conoscesse sempre ogni singola mossa, Tel Aviv non abbia mai agito. L’Occidente deve imparare a conoscere meglio i suoi nemici e i loro tempi. Ecco la dura lezione che verrà impartita al gioco dell’oca.



Posted on: 2020/01/05, by :