Allende e il golpe cileno: 11 settembre 1973

di Michele Ruggiero |

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Ho fatto identificare tutta la popolazione cilena.1 La frase, che sa di paranoia comune a tanti dittatori sanguinari, è attribuita ad Augusto Pinochet, l’uomo forte della giunta militare cilena che soffocò il governo del socialista Salvador Allende, democraticamente eletto nel novembre di tre anni prima. Era l’11 settembre del 1973, quarantasette anni fa, quando le forze armate, dopo aver messo in stato d’assedio la capitale Santiago del Cile, ordinarono all’aviazione militare di bombardare la Moneda, il palazzo presidenziale. Gli aerei in picchiata scrissero con la forza l’epilogo di un calvario cui il governo di Unidad Popular di Allende era sottoposto da mesi: l’embargo decretato dagli Stati Uniti di Nixon, la campagna di destabilizzazione attraverso false notizie sostenuta dalla Cia contro il governo cileno; gli scioperi fomentati dalla stessa Agenzia statunitense con l’appoggio dei ceti più reazionari del paese, cui erano seguite serie difficoltà negli approvvigionamenti alimentari, tali da provocare il risentimento della popolazione; le contestazioni artatamente costruite contro i militari fedeli al dettato costituzionale che avevano ispirato un primo tentativo di golpe nel giugno del 1973.

La fine di Allende rimane un mistero: secondo alcune fonti fu ucciso con un colpo di rivoltella alla testa (un’esecuzione) dal generale Javier Palacios; la versione ufficiale parla di suicidio per non arrendersi agli assalitori e non cedere alle profferte di Pinochet di un salvacondotto. Nell’ultimo messaggio alla radio, le parole del presidente cileno si tradussero in una sorta di testamento morale rivolto alla nazione:
Viva il Cile! Viva il popolo! Viva i lavoratori! Queste sono le mie ultime parole e ho la certezza che il mio sacrificio non sarà vano, ho la certezza che, per lo meno, ci sarà una reazione morale che costigherà la vigliaccheria, la codardia e il tradimento.
L’esperimento di sviluppare il socialismo in un paese sudamericano e di affrancarsi dalla cosiddetta dottrina Monroe, che attribuiva quel continente unicamente alla sfera di influenza Usa, finiva nel sangue. Il golpe avrebbe trasformato gli stadi cileni, che avevano visto soltanto undici anni prima ospitare i mondiali di calcio della Coppa Rimet, in campi di prigionia degli oppositori politici, poi trasferiti in centri di detenzione, dove sarebbero stati torturati e uccisi dai militari e dalla Dina, l’onnipotente servizio segreto cileno al comando di Manuel Contreras, fedelissimo di Pinochet. Decenni dopo, Contreras avrebbe ammesso di essere il responsabile dell’omicidio o della scomparsa di 580 persone.

Il Cile cadde in uno stato di polizia e di terrore. Nell’arco di tre anni, vi furono circa 6.500 detenzioni, mentre la Dina costruì un apparato di contrasto alla “sovversione”, d’intesa con altri governi sudamericani, in particolare di Uruguay e Argentina, che prese il nome di “Operazione Condor”, teso ad eliminare gli oppositori politici più in vista che avevano trovato ospitalità all’estero.2 Contreras non esitò a mostrare la sua faccia feroce all’indomani del golpe. Il 30 settembre del 1974, furono assassinati a Buenos Aires il generale Carlos Prats, comandante lealista dell’esercito cileno (amico di Allende), contrario a qualunque forma di interferenza dei militari nella vita politica, e sua moglie Sofia Cuthbert; il 6 ottobre 1975, Roma fu teatro dell’attentato a Bernardo Leighton Guzman, leader del Partito democratico cristiano del Cile, ferito da numerosi colpi di pistola; nel 1976 a Washington, un autobomba uccideva Orlando Letelier, ministro della Difesa nel governo di Unidad Popular.

La morte di Allende e la fine della democrazia cilena ebbero una notevole eco soprattutto in Europa, dove si avvertivano i primi segnali d’agonia dei governi fascisti sopravvissuti alla Seconda guerra mondiale o nati successivamente: quello del generale Francisco Franco in Spagna; di Marcelo Caetano, erede del professore Antonio de Oliveira Salazar, in Portogallo; dei colonnelli greci che nel 1967 avevano costretto all’esilio la monarchia di re Costantino. Il vecchio continente si mobilitò attraverso partiti, sindacati e associazioni per aiutare gli esuli cileni e nacquero comitati di protesta e di pressione contro i golpisti di Pinochet. In Italia quell’evento a decine di migliaia di chilometri distante, su riversò, scottandola, sulla pelle di un’intera generazione di giovani e meno giovani ad livello di introiezione politica ed emotiva direttamente proporzionale ai vissuti di un Paese scosso ripetutamente dalle bombe della Strategia della tensione (piazza Fontana, le bombe sui binari ferroviari o nei treni) e dai tentativi di sovvertimento dell’ordine democratico (dal piano Solo del 1964 al golpe Borghese dell’8 dicembre del 1970).

I grandi partiti di massa non rimasero insensibili. Anzi. Fu proprio in quel settembre del 1973, che il segretario del Partito Comunista Enrico Berlinguer convalescente da un sospetto incidente d’auto avvenuto in Bulgaria, elaborò, pubblicando le sue riflessioni sul settimanale “Rinascita”, il concetto di “Compromesso storico”, fase seconda della svolta di Salerno che nel 1944 aveva caratterizzato il Partito nuovo voluto dal leader comunista dell’epoca, Palmiro Togliatti. Berlinguer prefigurava un patto del Pci con la Dc, indipendentemente dal risultato elettorale (il 50 per cento più uno non è sufficiente), per puntellare la democrazia italiana, al centro anche di una grave crisi economica. Aldo Moro, in quel momento ministro degli Esteri, l’unico esponente politico democristiano in grado di unire le anime e superare le divisioni esistenti tra le correnti del suo partito, ne avrebbe raccolto la proposta.

Guardato in retrospettiva, nonostante la distanza di tempo che ci separa dalla sua morte, il sacrificio di Salvador Allende può assumere valore anche per le generazioni di giovani che non hanno vissuto il pathos di quella stagione politica. Quello spirito a difesa della libertà si trasfonde, infatti, come momento testamentario nel suo gesto finale, che la pellicola ha impressionato in maniera indelebile nella foto “iconografica” che lo vede nei corridoi della Moneda, il casco di minatore calcato sulla testa, il mitra a tracolla, pronto all’ultima battaglia. È il ritratto di un uomo al servizio della democrazia pronto a combattere per la libertà, che dovrebbe imbarazzare i potenti dell’Europa incapaci di condannare apertamente l’immagine 47 anni dopo del dittatore bielorusso Aleksandr Lukashenko, in tuta mimetica, giubbetto antiproiettile, fucile automatico in mano impugnato per ben altri scopi.



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1Andrea Cesolari,Gli Usa di Pinochet, Universale, Ebook
2Si calcola che gli esiliati furono circa 15 mila in Andrea Cesolari,Gli Usa di Pinochet, Universale, Ebook
Posted on: 2020/09/11, by :