Amarcord politico e la fatica odierna degli ometti

di Mauro Nebiolo Vietti |

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Un amico qualche giorno or sono si lamentava delle modeste capacità dimostrate da politici locali e nazionali in occasione dell’attuale grave crisi. Ho cercato di spiegargli che essi meritavano invece di essere elogiati, ma non per avere espresso grandi capacità, ma perché, pur essendo persone modeste, avevano dimostrato un grande impegno e, se i risultati non sono stati soddisfacenti, non è dipeso da negligenza, ma dalla mancanza delle qualità personali necessarie. Ho anche cercato di convincere questo amico che non è corretto contrapporre il politico deficitario alla società civile, argomento su cui egli insisteva, perché è la seconda, nella sua espressione elettorale, che lo sceglie e, per quanto inconsapevoli, siamo portati a scartare coloro che percepiamo di un livello superiore, mentre preferiamo coloro che rappresentano una proiezione di noi stessi. E’ sempre stato così? La risposta è negativa perché nel passato sono esistiti corpi intermedi che hanno avuto la capacità di trasformare una somma di esigenze individuali in interessi collettivi, esprimendo contestualmente dirigenti filtrati da un procedimento selettivo; l’individuo è in grado di individuare ciò di cui ha bisogno, non di capire come le sue esigenze si possano rapportare a quelle di milioni di altre persone e questo è un compito che hanno assolto principalmente i partiti nelle configurazioni emerse dal dopoguerra al 1993, ma proprio perché enti intermedi con una funzione primaria, i meccanismi di selezione interna erano piuttosto rigorosi.

Per non dilungarmi nella teoria racconterò la storia di un altro amico (Mario) che ben rispecchia quanto ho appena sostenuto; quando Mario chiese di entrare nel partito, aveva già maturato qualche esperienza nella politica universitaria, anzi, era da qualche tempo il segretario dell’associazione studentesca che in quel partito si riconosceva. Ovviamente gli pareva di avere idee chiare e soluzioni per ogni problema e con il suo piccolo bagaglio di presunzioni prese a frequentare le riunioni di partito; se si presentasse oggi, con il suo curriculum, avrebbe qualche speranza di essere candidato al ruolo di Ministro degli Esteri.

A Mario il ruolo di segretario di un movimento universitario gli permise di partecipare a riunioni ove si discuteva di temi di una certa importanza e Mario scoprì presto di non essere così adeguato come riteneva inizialmente. Tra i suoi interlocutori trovò il presidente dell’ordine dei medici, un ex dirigente del movimento di Comunità, uno storico che godeva di una certa notorietà e, quando scelse la commissione di lavoro a cui iscriversi, scoprì che essa era presieduta dall’autore dei testi di greco su cui lo facevano studiare al liceo.

Se questi erano i personaggi di rilievo che partecipavano ai lavori di partito, ve ne erano altri, meno noti, ma assolutamente capaci ed interessanti come interlocutori con il risultato che Mario si rese conto di non essere adeguato ai pensieri e valori della politica che passavano anche da percorsi a lui del tutto sconosciuti. Emergevano scenari del futuro e visioni che lo entusiasmavano anche se percepiva che nessuno aveva la capacità di astrarsi dal suo vissuto e che in alcuni casi ambizioni personali, assolutamente legittime, ed interessi particolari, un po’ meno giustificabili, si mescolavano ad idee e proposte. Fu così che Mario scoprì che le grandi risposte ai grandi problemi erano attraversate da un reticolo di venature che celavano piccoli interessi, antiche rivalità, difficoltà a staccarsi dalla propria storia personale e spietatezza verso chi si opponeva, in altre parole che la politica non era né aulica, né pura, ma un impasto di sogni, grandezze, egoismi, compromessi ed interessi e gli elementi di un impasto, come è noto, non sono separabili.

Poi il partito cominciò a mandare Mario nelle sezioni per partecipare ai dibattiti che qui si organizzavano dove conobbe un altro aspetto della politica discutendo con partecipanti privi di capacità auliche, ma ricchi di umanità e, contestualmente, portatori di realtà locali da cui emergevano problemi veri che, al chiuso nelle stanze delle riunioni, faticavano ad essere colti. La storia politica di Mario ovviamente continua, ma qui la lasciamo perché interessava capire quelli che in allora erano i passaggi preparatori per futuri ruoli pubblici. Poi si buttò via tutto, anche la parte buona insieme all’acqua sporca ed il sistema fu sostituito da una nuova forma di aggregazione, quella costruita intorno al capo.

Un tempo il segretario di un partito era eletto da una direzione, nominata da un consiglio/comitato generale costituito da soggetti indicati dagli organismi provinciali, a loro volta eletti dai voti delle sezioni; non mancavano certo i decisionisti e neppure le figure carismatiche, ma si trattava pur sempre di persone che rappresentavano una sintesi delle mediazioni raggiunte ai diversi livelli della piramide. Il partito del capo parte invece dall’alto (i primi furono Bossi e Berlusconi), decide il capo e la sua prima preoccupazione è non creare figure che ne possano insidiare il ruolo e c’è un solo modo per ottenerlo: nominare o scegliere persone di rango intellettuale più basso, procedimento che Berlusconi concluse facendo approvare una riforma elettorale che prevede non l’elezione dei deputati, ma la loro nomina da parte del segretario del partito. Nessuno gliene faccia una colpa particolare, perché la riforma fu accolta con entusiasmo da tutti i segretari di partito dell’arco costituzionale e nessuno ne ha finora proposto la riforma.

In parallelo è avvenuta un’importante riforma culturale: con internet tutti si sono sentiti in grado di saltare gli intermediari cui fino ad allora avevano fatto riferimento. Semplificando, ci permettiamo un banale parallelismo: chi di noi organizzava un viaggio, un tempo si rivolgeva ad un agente, oggi (fino a prima del coronavirus…) ognuno si prenota aereo, albergo etc., saltando l’intermediario di allora e qualcosa del genere è avvenuto in politica. Così come oggi curiamo le nostre malattie con internet o studiamo i diritti che vogliamo vantare, altrettanto diamo giudizi politici diretti senza più attingere a quelle informazioni o valutazioni che il preesistente apparato politico intermediava con l’elettore. Gli studi medici ed i tribunali possono testimoniare come le cure mediche o i comportamenti di chi vanta una pretesa, assunti senza la funzione dell’intermediario (in questo caso medico ed avvocato), portano sovente a risultati disastrosi e non credo che in chiave politica le conclusioni siano diverse.

Abbiamo accettato il partito del capo e, conseguentemente, non gli abbiamo contestato di aver inzuppato il parlamento di soggetti deboli, scelti per non disturbarlo; per fortuna nel mucchio si riscontra qualche elemento di valore, ma è una magra consolazione. Gli eletti (rectius i nominati) debbono svolgere le funzioni tipiche del proprio ruolo tra cui la designazione di soggetti preposti ad assolvere compiti importanti in meccanismi economici o nei gangli dell’organizzazione statale e qui scatta quel meccanismo inconscio che impedisce ad un soggetto, cui è demandata una scelta, di individuarne un altro di livello superiore. Ma anche se qualche idea fa capolino, il nostro politico, che non è stato sgrezzato come l’amico Mario, arriva sull’agone ritenendosi portatore di verità assolute (il cosiddetto dogma) ed è noto che il dogma non si discute, non si critica e se lo si fa si diventa automaticamente un nemico.

Si tratta di una situazione che ha indotto di recente lo storico dell’economia Giuseppe Berta ad affermare dalle colonne del Corriere della Sera, nel ricordare la ricostruzione del secondo dopoguerra, che “rispetto ad allora la nostra macchina statale è messa molto peggio. Potrà sembrare un paradosso, ma dentro lo stato fascista c’erano nuclei di competenze gestionali moderne, come la vecchia intellighenzia nittiana o la componente cattolica, sicuramente lungimirante e visionaria”. Pare che quella materia prima oggi scarseggi negli apparati pubblici, tanto da far dichiarare a Berta che “il Ministero dello Sviluppo Economico è un guscio vuoto e anche le invocazioni di una nuova IRI, lanciate dai Cinque Stelle, suonano patetiche per la manifesta umiliazione delle competenze che ha mosso la loro azione di governo”. Insomma la conclusione è che lo Stato non pare avere dentro di sé le competenze necessarie per esprimere compiutamente i nuovi obiettivi.

Io non sono orientato come Berta ad attribuire le maggiori responsabilità ai Cinque Stelle. Vero è che molti (troppi) della grossa pattuglia pentastellata sono arrivati in Parlamento senza un titolo di studio o un’esperienza lavorativa che li abbia formati. Ma se ciò è vero per la maggior parte di essi, non si può disconoscere che anche negli altri partiti la rappresentanza dei mediocri è ben radicata e tutto ciò perché si è voluto ridurre al minimo la selezione elettorale, sostituendola con la designazione da parte dei segretari nazionali. Da allora c’è stata una graduale discesa inizialmente poco percepita, ma ora evidente e nel momento in cui se ne coglie l’evidenza è giusto che se ne conoscano anche le cause, da molti oggi dimenticate.



Posted on: 2020/04/27, by :