Covid-19, addio alla privacy?

di Germana Tappero Merlo |

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Le misure poste in atto dai governi di tutto il mondo per contrastare l’avanzata dell’epidemia da Covid-19 sono state diverse, nei modi e soprattutto nei tempi. La più utilizzata, perché unica efficace nel breve periodo, è ed è stata l’isolamento, quel lockdown di attività umane, produttive e commerciali che conosciamo. Ma si tratta anche della più elementare da applicare, non sempre facile da far rispettare – dipende dai gradi di renitenza o di remissività alle regole da parte dei cittadini -, e ancor più impegnativa da controllare. E proprio per questo, così come per arginare l’avanzata del virus, i diversi governi stanno utilizzando ciò che dispongono, da forze umane a quelle tecnologiche. Se l’impiego dei droni per monitorare i trasgressori dello “stare a casa” o il controllo dei cellulari dei cittadini per verificare il loro aggancio a celle telefoniche di soggetti infetti al fine di contenere la catena del contagio o mappare le aree più infette paiono un azzardo alla privacy e una minaccia ai diritti civili, alcune nazioni le hanno attuate e con successo. Dalla Cina, Corea del Sud, Singapore sino ad Israele, stanno funzionando. La Cina, sempre in nome dell’emergenza epidemica e dell’urgenza di isolare i malati da chi ne è venuto a contatto, ha utilizzato telecamere con riconoscimento facciale per il tracciamento degli spostamenti dei cittadini e ha imposto loro l’obbligo di riferire agli organi preposti la propria temperatura corporea e le condizioni di salute. Ma lì, si sa, il problema della privacy manco si pone.

Al contrario, lo hanno posto forze politiche e organizzazioni per il rispetto dei diritti umani in Israele, mentre il dibattito incalza in attesa della decisione della Corte Suprema sull’uso di alcune misure in tal senso. L’ultima applicazione Hamagen – “Scudo”, non a caso appunto – l’electronic tracking utilizzato per fronteggiare il terrorismo interno, è applicato ora in nome dell’emergenza sanitaria, e pare funzioni. A prevalere, e si sa, è comunque la salvaguardia della comunità da qualsiasi forma di aggressione esterna, cosa di cui peraltro Israele è abituata, accettando misure di emergenza “temporanee” in vigore dal 1948, cioè da 72 anni.

Il Covid-19 potrebbe però rappresentare il punto di non ritorno della battaglia globale sulla privacy. Alcuni osservatori hanno infatti evidenziato come gli stessi smartphones atti a mappare i movimenti fisici delle persone o ad inviare informazioni attraverso il riconoscimento facciale abbiano ora la capacità di precisare l’andamento del battito cardiaco o il livello di pressione sanguigna. Il rispetto della privacy non sarebbe quindi più un problema legato solo ad una sorveglianza di spostamenti fisici, esterni, definiti da alcuni “a pelle”, ma addirittura di ciò che avviene “sotto pelle”.

Un sondaggio al riguardo fra gli italiani afferma, tuttavia, che il 93 per cento è a favore di misure di controllo e a “sacrificare diritti fondamentali” per fermare la pandemia. In pratica, se si deve scegliere fra privacy e salute, si sceglie quest’ultima. Le rassicurazioni istituzionali circa un uso temporale del provvedimento, così come un limite agli autorizzati ad accedere ai dati sensibili raccolti, paiono essere una dimostrazione di sensatezza. Tuttavia, rimangono dubbi sulla buona volontà e capacità a gestire, dopo, ad emergenza finita, quanto acquisito con queste misure. Infatti, il dibattito ruota attorno al fatto che la tecnologia in grado di monitorare fenomeni fisici quali tosse e febbre può altresì evidenziare le “emozioni”, perché queste ultime manifestano, ad esempio, l’innalzamento della pressione sanguigna o l’accelerazione del battito cardiaco.

Si tratta del monitoraggio biometrico dell’emozionalità e della reattività che, essendo in definitiva anche fenomeni biologici, come tali e in nome di un’emergenza come quella in corso, potrebbero venire catalogati e studiati. Tuttavia, se raccolti ed immagazzinati in particolare da strutture private, come è possibile accertarsi che non vengano venduti a terzi per altri fini oppure, peggio, manipolati per veicolare preferenze verso determinati prodotti commerciali (male minore) oppure, ed è la conseguenza più inquietante, per creare ad hoc suggestioni, propensioni od avversioni verso posizioni politiche o ideologiche? Si sa che la paura – della recessione economica o del terrorismo, ad esempio – e la rabbia sociale – insoddisfazione verso le istituzioni circa misure inadatte, ad esempio a contenere il fenomeno dell’immigrazione illegale – hanno giocato un ruolo fondamentale nell’alimentare gli estremismi politici più recenti.

Insomma, si teme, e a ragione, un uso di questi dati privati e reconditi, appunto “sotto pelle”, non etico, fraudolento e lesivo addirittura la stabilità politica e sociale di un Paese. Il monitoraggio biometrico, come affermato da Yuval Harari, potrebbe rendere le tattiche di hackeraggio dei dati condotti a suo tempo da Cambridge Analytica un qualcosa da età della pietra. Tutto ciò potrebbe risolversi in mera discussione scientifica ed accademica e risolversi in una falsa prospettiva tetra se solo ci fosse maggior fiducia verso le istituzioni, i governi, circa l’uso dei dati raccolti, siano essi sopra o sotto pelle.

Tuttavia, ed è chiaro al momento, non vi sono i presupposti perché ritorni la fiducia totale verso una classe politica globale che si è visto essere estremamente frammentata, attendista verso le istituzioni europee e, delusa, addirittura nazionalista nelle scelte da compiere di fronte anche a quest’ultima emergenza umanitaria. Lo stesso scetticismo dell’opinione pubblica, che si risolve nell’esprimere giudizi negativi nei confronti della classe dirigente, è riservato ora anche alla scienza, alla sua conoscenza empirica, così come alla divulgazione delle notizie e, di conseguenza, al comportamento poco chiaro, torbido o addirittura fazioso dei media a favore di interessi di parte.

Eppure la tecnologia ci permetterebbe di superare l’emergenza della pandemia se solo si optasse non per particolarismi o addirittura per l’isolamento nazionale, ma per una vera, concreta solidarietà globale. La stessa solidarietà che vorrebbe la condivisione delle informazioni, siano esse di salute dei singoli cittadini o quelle relative alle scoperte scientifiche. Una condivisione delle informazioni non manipolata e faziosa, perché espressione di una strategia di conquista di aree di influenza, ma permeata dall’etica, appunto, e dal richiamo all’interesse globale e non particolare, del guadagno privato, immediato. La condivisione della conoscenza scientifica anche quella ottenuta attraverso e sotto la pelle degli individui, è l’unico vantaggio che ha l’individuo sui virus, così come, in tutt’altro campo, sui fenomeni terroristici ed eversivi. Perché poi si tratta sempre, comunque la si giri, di una minaccia alla sicurezza personale e, visti gli interessi in gioco, anche di quella nazionale.



Posted on: 2020/03/28, by :