E se il dopo Covid-19 fosse una crisi ambientale ?

di Mercedes Bresso|

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In questi giorni di “quasi post coronavirus”(chiamo così il momento attuale perché ci si sente ancora con un piede fuori e uno dentro), molti articolisti hanno osservato che ad ogni crisi il mondo si prepara ad affrontarne in futuro una simile in modo più efficace, ma che invece la crisi seguente è di tutt’altro tipo. Un modo lungimirante e non statico per spiegare che così occorre ogni volta trovare strumenti e idee nuove per affrontarla.

Mi è quindi venuta voglia di fare un esercizio di futurologia, disciplina che è stata in voga dagli anni Settanta ai Novanta e poi mi pare sia andata declinando, probabilmente perché i futurologi non ne avevano azzeccate molte. Eppure, senza pretendere di avere la sfera di cristallo, io credo che sia utile riflettere su quali elementi della nostra organizzazione economica e politica attuale siano più suscettibili di andare in crisi nel prossimo futuro. Per quanto mi riguarda, sono convinta che la prossima crisi sarà causata dall’accelerazione del degrado ambientale. Ho anche provato a descriverla in un thriller di fanta-ecologia scritto insieme a mia sorella, dal titolo “Anno luce zero”, nel quale i danni provocati dal cambiamento climatico accelerano e producono una serie di catastrofi (tutte rigorosamente realistiche), che a loro volta innescano delle guerre per le risorse e, da ultimo, il tracollo di internet e una guerra nucleare.

Espresso così, in pochissime righe, sembra impossibile che tutte queste coincidenze si realizzino contemporaneamente, ma provate a leggerlo e vedrete che ognuno degli avvenimenti descritti si è singolarmente già prodotto e che non servirebbe molto perché il contemporaneo verificarsi di più di uno di essi, porti l’ambiente (e l’economia del pianeta) sull’orlo della catastrofe globale. A quel punto basterebbe una “piccola spinta” e… Fuori dalla fiction, il lungo viaggio per mare che ho avuto la ventura di fare al tempo del Covid-19, mi ha insegnato alcune cose interessanti: anzitutto che la resilienza delle immense masse d’acqua degli oceani è prossima alla fine. Tutti i giorni alle 12 il comandante della nave ci annunciava la temperatura dell’acqua e dell’aria. Ebbene, praticamente sempre, quella dell’acqua era maggiore di quella dell’aria. A mezzogiorno! E ciò era ancora più evidente durante la notte, quando al posto della frescura che avrebbe dovuto emanare dal mare veniva invece una cappa di aria calda e umida. Questa massa di acqua sempre più calda è probabilmente all’origine dell’aumento dei cicloni e in generale delle perturbazioni eccezionali a cui stiamo assistendo con sempre maggiore frequenza.

La fine della resilienza dei mari non è che una delle molte resilienze che probabilmente sono prossime ad esaurirsi e che potrebbero produrre l’accelerazione della crisi ambientale. Per fare qualche esempio, potrebbe trattarsi della fertilità dei suoli, che sono sempre più soggetti a erosione e inquinamenti, della riduzione della disponibilità di acqua dolce, dovuta alla sparizione dei ghiacciai e alla concentrazione e conseguente perdita, delle piogge, della competizione per l’uso dei minerali rari, delle perturbazioni nelle catene alimentari del mondo vivente, o anche dell’arrivo della maggior parte delle centrali nucleari a un’età che rende improcrastinabile il loro costoso decommissioning (smantellamento e messa in sicurezza), senza che si sia per il momento trovato un solo sito per lo stoccaggio definitivo della grande massa di rifiuti radioattivi che ne deriverebbe.

Ma potrebbero bastare anche, come ipotizziamo nel libro, eventi ​ apparentemente più modesti ma dalle conseguenze incalcolabili, quali la sparizione degli insetti impollinatori o qualche malattia che distrugga i raccolti dei cereali più utilizzati o che metta a rischio il piccolo numero di animali da cui traiamo la maggior parte delle nostre proteine. Nel libro, a seguito di questi o simili avvenimenti, si creano delle tensioni fra paesi importanti fino a scatenare delle guerre locali e poi globali, con l’uso di armamenti nucleari, ma anche con interventi tesi a interrompere in modo sostanziale la rete digitale, che ormai interconnette il mondo intero, ma lo rende anche molto fragile, perché quasi tutte le nostre attività vengono bloccate o fortemente danneggiate da una prolungata di internet o dall’eventualità di distruzione o blocco delle gigantesche basi di dati che lo sorreggono.

Questo succede nel libro, però potrebbe succedere anche nel mondo di domani. Per questo sono convinta che se vogliamo prepararci alla prossima crisi dobbiamo iniziare ad analizzare con grande cura i rischi potenziali legati a una brusca accelerazione del degrado ambientale, in particolare facendo molta attenzione alle possibili crisi nella catena alimentare, nell’approvvigionamento di acqua dolce e alla produzione di energia nucleare. Forse me ne sfuggono altre altrettanto o più pericolose. Ma il mio obiettivo non è quello di descrivere la prossima crisi ma piuttosto quello di sollecitare una maggiore attenzione delle nostre autorità e di quelle europee a quali potrebbero essere i rischi futuri. Se è vero che oggi siamo meglio attrezzati per rispondere a una nuova crisi finanziaria e che forse fra non molto lo saremo per affrontare una nuova pandemia, credo dovremmo prendere in conto la possibilità che una futura aggressione arrivi invece dalla nostra scarsa capacità di prevedere i contorni che potrebbe assumere una crisi ambientale. E che dovremmo prepararci.



Posted on: 2020/06/23, by :