Effetto pandemia: nel vortice del debito pubblico

di Emanuele Davide Ruffino
e Germana Zollesi |

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John Adams, successore di George Washington, alla Presidenza degli Stati Uniti, e considerato unanimemente un Padre Fondatore della più grande democrazia del mondo, affermò che “ci sono due modi per conquistare e schiavizzare una Nazione. Il primo è con la spada, il secondo è con i debiti”. Contro la spada si può fare la rivoluzione (ovviamente, se si dispone di sufficiente coraggio), contro i debiti si può rinviare il problema alle prossime generazioni (e la cosa, altrettanto ovviamente, non richiede particolare coraggio).


John Adams (1735-1826) primo presidente a vivere alla Casa Bianca
Praticamente non c’è giorno che passi senza l’annuncio che il nostro sistema sta contraendo nuovi debiti a tutti i livelli della nostra “filiera istituzionale”. La BCE, nella riunione del 10 dicembre, ha provveduto a rafforzare il piano ‘Pepp’ con acquisti per altri 500 miliardi di euro di bond, principalmente titoli di Stato, portando il totale a 1.850 miliardi, precisando inoltre che il Pepp durerà almeno fino a marzo 2022. La novità è che questa volta non tutti i componenti del Consiglio direttivo si sono mostrati d’accordo. Il fare debiti comincia a preoccupare.

Il debito pubblico italiano cresce al ritmo di 80.000 euro al secondo, raggiungendo € 2.579.000.000.000, pari al 134,8% del PIL (in Francia il 98,4 %, in Germania il 61,9%). L’83% del debito italiano è costituito da titoli di Stato, ossia tutti i titoli obbligazionari emessi dal Tesoro, sia sul mercato interno (BOT, CTZ, CCTeu, BTP, BTP€I e BTP Italia), sia sul mercato estero (programmi Global, MTN e Carta commerciale). Incalcolabile, e quindi ancor più pericoloso, è il debito che si sta accumulando presso i diversi enti territoriali, di cui alcuni, nonostante i commissariamenti di questi, non si conosce nemmeno l’importo (caso Calabria docet), per cui è inutile azzardare ipotesi.

L’uso dell’Helicopter money per il controllo sociale

La virulenza dell’epidemia comporta inevitabilmente un massiccio intervento del settore pubblico che può avvenire solo rinunciando al mantenimento dei vincoli di bilancio. Ed in effetti in questi mesi si sta verificando una corsa a sostenere la spese, tramite indebitamento, superando le teorie keynesiane, per giungere al cosiddetto “Helicopter money”: politica monetaria ipotizzata come estremo tentativo per rilanciare l’economia e che consiste letteralmente nel “lanciare soldi da un elicottero”. Forse l’unico esempio concreto di questa fattispecie è stato il versare € 1.000 su ogni conto corrente dei cittadini di Hong Kong, anche per evidenti finalità di accondiscendimento politico. La crescita del debito in tutti i Paesi occidentali è stata sicuramente la soluzione che ha reso meno gravi gli effetti della pandemia sull’economia e, più in generale, sulla società. Se i disordini sono stati, fino ad oggi limitati, è sicuramente per l’enorme sforzo esercitato dalla spesa pubblica a far giungere grandi quantità di denaro che sono serviti ad alleviare i problemi. A manifestare, o forse più correttamente ad assembrarsi, sono stati gruppi irrequieti di giovanotti, che non masse mobilitate da forme di proteste o di contestazione. I social network, nonostante, o forse grazie alla loro mancanza di selettività, sono serviti a dar fiato alle diverse forme di proteste, rendendo superflua, fin ora, la nostalgica manifestazione di piazza.

Forse una maggiore oculatezza nella spesa non guasterebbe

Pur riconoscendo che alcune realtà imprenditoriali hanno saputo cogliere le occasioni per incrementare i loro fatturati, ad essere colpiti dalla pandemia sono state la maggioranza delle imprese, come testimonia la brusca discesa del PIL. I contributi a vario titolo, non rappresentano solo atti di responsabilità sociale, evitando così che milioni di famiglie finiscano sul lastrico, ma perché gli interventi di sostegno permettono di mantenere in vita un’infinità di attività produttive, che altrimenti rischierebbero il fallimento, con il pericolo tutt’altro che remoto di finire in mano alla mafia od altre organizzazioni malavitose (a rischio in particolare le attività alberghiere e, in generale, quelle connesse al benessere della persona). Risultano quindi giustificati ed eticamente corretti molti degli interventi posti in essere, compreso quelli non direttamente indirizzati verso un rafforzamento struttura e riorganizzativo della società, ma ora bisogna chiedersi, senza paure o isterie: chi pagherà? Fino ad oggi si è pensato che a pagare il prezzo dei deficit accumulati siano le prossime generazioni: il problema è che siamo già noi la prossima! Finita la pandemia il mondo occidentale, chi più chi meno, si troverà sommerso da un ammontare impressionante di debiti, difficili da gestire.

L’attenzione ossessiva ai tassi di interesse delle banche

Le Banche centrali provvederanno a mantenere bassi (se non pari allo zero) i tassi di interessi, sia per favorire la ripresa, sia per non gravare i singoli Stati di ulteriori oneri. Se infatti si prospettasse una risalita dei tassi, gli Stati fortemente indebitati, tra cui l’Italia, rischierebbero il default: per fortuna gli andamenti del corso dei titoli a lunga scadenza, scommettono che ciò non avverrà (portando il loro valore nominale a prezzi esorbitanti, se sostenuti da un tasso di interesse ragguardevole). Anche se i debiti non genereranno interessi, sempre debiti da restituire sono. In questa fase l’attenzione è tutta rivolta a chi e a quali condizioni si dovranno restituire, ma il problema vero è se saremo in grado di restituirli (oltre che, la facilità di “far debito”, non aiuta certo a ridurre gli sprechi e a ricercare di ottimizzare l’allocazione razionale delle risorse). In quest’ottica sarebbe opportuna una maggior oculatezza nelle spese che stiamo sostenendo in questa fase, per avviare una fase di ristrutturazione e riorganizzazione della società. Il mondo che ci lascerà il Coronavirus avrà spostato i baricentri verso i paesi emergenti e per le vecchie democrazie occidentali non sarà facile imporre i loro punti di vista (alias, difendere i loro interessi economici). Gli asset produttivi dovranno essere rivisti, come dopo un conflitto bellico, ma prima ancora bisognerà definire i processi decisionali che ne regolano il funzionamento.

Chi si assumerà la responsabilità scelte impopolari nel futuro prossimo?

La difficoltà di assumere con rapidità delle decisioni e l’immediata reazione contraria del sistema a qualsivoglia decisione presa, caratterizzano gli attuali sistemi politici: situazione che dovrà essere affrontata e risolta al più presto, se si vuole prospettare un futuro della nostra società. Probabilmente si tenterà d’imporre soluzioni demagogiche, come la patrimoniale, dimenticando la lezione einaudiana della doppia tassazione, che considerava negativamente questo tipo di imposte perché, colpendo il risparmio, costituiscono un doppione: prima vengono colpiti i redditi, poi la quota di reddito risparmiata, con il risultato di comprimere gli investimenti e incentivare l’espatrio dei capitali. Mai come in questo momento si deve tenere contro dell’adagio che ricorda come “il miglior modo per aiutare i poveri è non diventare uno di loro”. Ed allora più che discutere su chi ci darà i fondi per tirare a campare in questa fase, bisognerà concentrarsi su come organizzare una società in grado di produrre ricchezza, tale da garantire una vita dignitosa a tutti i suoi componenti, nel rispetto dell’ambiente, tra l’altro. Compito complesso anche perché non si capisce a chi deve essere affidato questo compito, o più esattamente, chi si vorrà far carico di questo compito.



Posted on: 2020/12/14, by :