Francesco e lo “Stato” dei gesuiti in Sudamerica

di Emanuele Davide Ruffino
e Germana Zollesi |

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“Tendi la tua mano al povero: è Cristo. Alcuni dicono: Ma questi preti, questi vescovi che parlano dei poveri, dei poveri… Noi vogliamo che ci parlino della vita eterna! Guarda, fratello e sorella, i poveri sono al centro del Vangelo; è Gesù che ci ha insegnato a parlare ai poveri, è Gesù che è venuto per i poveri. Tendi la tua mano al povero. Hai ricevuto tante cose, e tu lasci che tuo fratello, tua sorella muoia di fame?”. Sono le parole di Papa Francesco oggi all’Angelus, al termine della preghiera. L’ennesimo richiamo ai poveri. Pensieri che ci riportano alla fratellanza e all’idea di un mondo diverso. Un mondo davvero esistito dal 1609 al 1768, nella zona a sud di Asunción, tra il rio Paraná e il rio Uruguay. Un’esperienza che il Pontefice con i suoi continui richiami ci offre l’opportunità di sottrarla all’oblio.

Lo “Stato” gesuita dei Guaranì rappresenta un’esperienza unica nella storia: nel cuore dell’America latina, per incarico del governo spagnolo, la Compagnia di Gesù creò un vero e proprio “Stato”, la cui organizzazione si basava su un sistema di villaggi, detti “Riduzioni”, dove i missionari, non solo convertirono gli indios al cattolicesimo, ma impostarono un modo di vivere, “il cristianesimo felice della foresta” che affascinò per secoli intellettuali e politici. Addirittura degli anticlericali incalliti come Voltaire, Montesquieu, Diderot, Muratori, de Buffon, studiarono con interesse l’esperienza. L’obbiettivo iniziale dei Padri Gesuiti era quella di convertire gli indios che vivevano in uno stato primitivo in aggregazioni poco più che familiari. Per dare concretezza alla loro missione, l’unico modo era quello di ricondurre gli indios a vita sedentaria cercando di migliorarne le condizioni di vita, senza però sconvolgere il loro essere. Padre Antonio Ruiz de Montoya, superiore del Guairà dal 1620 al 1630 (di fatto l’ispiratore del “Sacro esperimento”), così definiva le riduzioni: “…l’opera dei padri li riunì a formare villaggi, in cui poter iniziare le prime forme di vita associata anche dal punto di vista politico. Riduzione proviene dal verbo spagnolo “reducir”, usato nel senso di “convincere”: gli indios infatti furono convinti a lasciare una condizione di vita solitaria e nomade per un tipo di vita stanziale e comunitaria, ma pur sempre libera”.

Le primitive comunità cristiane nell’utopia dei Guaranì

I Padri Gesuiti diedero vita a comunità indipendenti, in grado di sostenersi, insegnando ai nativi ad amministrarsi tramite appositi consigli elettivi, liberi da ogni servitù, in una totale comunione dei beni che producevano. Una risposta alternativa a chi pensava di utilizzare gli indios per le produzioni di natura coloniale. La comunione dei beni e la parità assoluta tra i componenti il gruppo fa pensare alla “Utopia” di Tommaso Moro o alla “Città del Sole” di Tommaso Campanella: per la verità i Gesuiti si ispirarono piuttosto alle primitive comunità cristiane. I Padri Gesuiti, che mantennero nelle loro mani l’amministrazione della giustizia, insegnarono inizialmente i rudimenti dell’agricoltura e della pastorizia, per poi affrontare tematiche più complesse: dall’architettura, alle arti che raggiunsero punte di altissimo livello specie nelle decorazioni delle Chiese. Lo sviluppo di questi insegnamenti diede ben presto origine ad un’originale civiltà caratterizzata da una condizione di benessere diffuso e da un elevato livello socio-culturale. In realtà i Gesuiti avevano instaurato un severo regime paternalistico, che permise però di civilizzare i Guaranì, sottraendoli dalla fame e forse anche dal cannibalismo, riconoscendo sempre loro la dignità di essere umani che, in un mondo dominato dal colonialismo e dalla volontà di disporre di mano d’opera a bassissimo costo, non era roba da poco.

La vittoriosa battaglia contro gli schiavisti portoghesi, i “mamelucos paulisti”

La vita delle Riduzioni si alternò per oltre un secolo tra tutele riconosciute dal Governo centrale di Madrid (quali la possibilità di detenere armi e di addestrarsi all’uso o al proibire l’accesso ai coloni spagnoli, ai meticci e ai negri e, più in generale, l’esenzione degli indios dall’encomienda) e i tentativi dei “bandeirantes”, i cacciatori di schiavi, cui l’esperimento non doveva proprio piacere. Il pericolo più serio arrivò dai “mamelucos paulisti”, cacciatori di schiavi provenienti da San Paolo del Brasile, appartenente alla corona del Portogallo (e quindi non soggetti alle leggi spagnole). Su dieci Riduzioni, solo due di esse, San Ignazio e Loreto, riuscirono a salvarsi grazie alla loro ubicazione isolata, ma presto fu necessario abbandonarle. Correva l’anno del Signore 1631, e si decise di spostarsi a sud, in zone più sicure. Definito “il grande esodo”, fu un viaggio epico e terribile: guidati da padre Montoya, preti e indios percorsero più di 900 km, attraversando foreste e paludi e superando le pericolosissime cascate del Guairà. Padre Montoya, si recò a Madrid nel 1638 e riuscì a convincere la corte di Spagna ad autorizzare l’uso delle armi agli indios e nel marzo del 1641, alla confluenza fra il rio Uruguay e il rio Mbororé, l’esercito Guaranì vinse su una spedizione paulista di tremila uomini. Riconoscimento imperiale e vittoria sul campo: lo Stato cominciava a prendere forma. Dopo questa battaglia, la vita e lo sviluppo delle riduzioni continuò con maggior sicurezza, tanto che si arrivò a dar vita ad una trentina di città, la cui influenza giunse ad interessare un’area di centomila chilometri quadrati.

“Un’isola felice in un mare in perenne tempesta”

Nelle “Riduzioni” gli indigeni apprendevano a lavorare ed a vivere in pace in un sistema comunitario, per l’epoca assolutamente anomalo. In realtà si cercava di ottimizzare l’uso delle risorse attraverso una maggiore concentrazione (economie di scala) rese possibili anche grazie agli apporti tecnologici introdotte dai Padri Gesuiti. La cultura indigena e gli insegnamenti gesuiti diedero origine a una civiltà originale “un’isola felice in un mare in perenne tempesta”. Gli abitanti delle Riduzioni riuscirono ad organizzarsi in milizie popolari e questo fa ritenere il “Sacro esperimento” un vero e proprio Stato. Finché le dispute si limitavano a piccolo scontri locali, vinse il laissez faire, ma quando la diffusione raggiunse dimensioni preoccupanti, resistere agli eserciti dei conquistadores risultò piuttosto difficile. Per evitare problemi con i coloni si cominciò a trasferire gli insediamenti il più lontano possibile dalle colonizzazioni ispaniche. L’esperimento, che di fatto negava lo schiavismo, comprometteva gli interessi consolidati in quel periodo e quando i Portoghesi (con il Trattato di Madrid nel 1750) presero possesso dei territori e Papa Clemente XIII ordinò ai Gesuiti di lasciare le riduzioni, pena l’espulsione non solo dall’America del Sud, ma anche dai due Paesi europei, per i poveri indios iniziò il declino. Contro le maggiori potenze dell’epoca e senza la guida dei Padri, poco si poteva fare. Va però detto che la neosocietà mostrava diverse crepe.

La decadenza tra limiti e pregiudizi della Compagnia di Gesù

In 150 anni di storia non riuscì a creare una classe dirigente alternativa: i Guaranì non erano ammessi al sacerdozio, né alla vita consacrata ed inoltre non erano previste le suore, sebbene numerose ragazze locali avessero chiesto di consacrarsi a Dio. Ancora forte era il pregiudizio che portava a dubitare che gli indios avessero le qualità umane e cristiane necessarie! Vicino a bellissime chiese non venne aperto nessun seminario. I Gesuiti erano restii a concedere, nei fatti, delle responsabilità ai capi indigeni, se non in modo limitato e locale. La politica di felice isolamento limitava inoltre le possibilità economiche e diplomatiche indispensabili per gestire uno Stato. All’opposto, le gerarchie dell’Ordine, inviavano inquisitori e commissari incaricati di scoprire i segreti di quella anomala armonia fra bianchi e indios. Le opinioni su questa forma di governo teocratico si divisero tra chi, come gli illuministi, la consideravano la più mostruosa e tirannica forma di gestione della società, mentre altri parlarono di «comunismo volontario ad alta ispirazione religiosa», riconoscendo alla Compagnia il tentativo di superare la schiavitù e attribuendo all’ipotesi, la realizzazione del «primo stato socialista di tutti i secoli». Sicuramente è stata un’esperienza conosciuta e studiata dall’attuale Pontefice. Resta da capire se noi siamo i Padri Gesuiti o gli Indios?



Posted on: 2020/11/15, by :