Furia devastatrice su Capitol Hill, una crisi profonda oltre la follia di Donald Trump

di Luca Rolandi |

|

Troppo semplice riversare su Donald Trump e il suo delirio di lucida follia le colpe dello scempio di Capitol Hill ieri a Washington. L’assalto di un numero enorme di persone diversissime tra loro, ma unite da un odio verso l’istituzione e le regole della democrazia, ha radici lontane e profonde. Trump nei quattro anni di presidenza ha alimentato un clima e un linguaggio di delegittimazione verso tutti coloro che la pensano diversamente da lui, tracciando un solco che non si potrà più rimarginare tra il “suo” popolo e il resto della comunità statunitense democratica, repubblicana, liberal e conservatrice, puritana e libertaria. Con il suo “America first” Trump avrà pur rilanciato l’economia (i dati sull’occupazione andrebbero però sempre disaggregati e validati da un’analisi del rapporto tra quantità e quantità dei posti di lavoro), ma si è progressivamente allontanato da ruolo democratico di regolatore mondiale del sistema geopolitico globale. Anzi. Non si è peritato di mettersi contro l’Unione Europea, né si è preoccupato di scatenare una guerra di nervi verso il gigante cinese e la Russia di Putin. Eppure, prima della Covid-19 era assai improbabile una sua sconfitta alle elezioni presidenziali. Invece l’amara débâcle è arrivata e il sogno trumpiano del potere e della sua America primatista, bianca e antiliberale e antidemocratica si è infranto. E difficilmente si ricomporrà dopo fatti di ieri, i più gravi della storia degli Stati Uniti dal tempo della Guerra di successione. Del resto, gli estemporanei esponenti dello Stato trumpiano si sono impossessati dell’emiciclo con la violenza e con un bagaglio di cultura e tradizione contradditorio, naif e folcloristico come se l’America fosse l’ultima Repubblica del Centro Africa o uno Stato povero del sud est asiatico. In effetti, se non fosse che negli scontri sono morte quattro persone e il Congresso della prima potenza del mondo è stato evacuato, si sarebbe potuto pensare ad un film di Woody Allen.

Oggi, nel mezzo di una messe di analisi e approfondimenti, il Congresso, esauritasi la “pericolosa carnevalata”, ha ripreso le proprie funzioni e avviato il processo per la formale elezione di Joe Biden e la possibile messa in stato di accusa del presidente uscente Trump. Rimane un punto interrogativo da decifrare, in questo contesto così caotico e indecifrabile: a che cosa va ricondotto il disagio, cresciuto nel mondo trent’anni dopo la fine dei blocchi contrapposti, che ha preso il nome politico e culturale di populismo, sovranismo o primatismo? Un disagio diventato un virus sociale persino più grave del Coronavirus. E che ci porta a dire che se il problema fosse semplicemente Trump non ci sarebbe problema alcuno per la democrazia americana. La sua follia, la sua inadeguatezza, il suo narcisismo, il suo infantilismo, sono banalità rassicuranti. Invece… c’è un problema più grande rispetto ad un esagitato che temporaneamente ha usurpato un posto non suo. Non fermiamoci all’affermazione questa “non è” l’America, perché anche quella che si rifà a Trump è l’America. E Trump è oggi l’archetipo di una crisi reale, profonda, complessa, che attraversa la democrazia americana e il sistema economico finanziario che ad essa si lega. Per questo Trump non è destinato a sparire con la sua rimozione, perché non spariranno i suoi sostenitori e con loro e con le loro idee (deprecabili) si dovrà fare i conti.

Un nodo particolarmente decisivo per comprendere la forza che ancora il trumpismo ha nel cuore della comunità americana è senza dubbio la strumentalizzazione della religione che permea la vita e la cultura e la tradizione del Paese. Non solo in ambito cattolico (la Chiesa cattolica statunitense è molto potente e per buona parte avversaria di Papa Francesco), ma anche nel composito, frastagliato e ampio mondo delle chiese riformate e in particolare, in tutto il movimento neo-pentecostale e presbiteriano. Una alleanza profonda e chiara con il neoconservatorismo e fondamentalismo di marca ultra-repubblicana se di una doppia morale molto evidente: lotta pro-life, intermittente, no ad aborto ed eutanasia, ma tolleranza sulla pena di morte e l’uso delle armi. “Non uccidere” è infatti un valore assolutamente negoziabile. Alleanze che ha prodotto una interessante e assai pericolosa la triangolazione tra l’ex Nunzio Carlo Maria Viganò, il grande accusatore di Bergoglio, Steve Bannon il teorico del sovranismo e tutto il movimento primatista che sotto l’effetto di una chiamata da vecchi crociati, i “figli della luce”, pronti ad “agire adesso” e non solo per colpa dei tweet del vecchio Donald.

Su un altro fronte però anche il campo democratico ha delle colpe culturali profonde, non certo imputabili al ticket Biden-Harris, ma sicuramente ai loro predecessori Clinton e Obama per intenderci. La saldatura tra il socialismo inteso come diritti sociali e il radicalismo liberal, si è sbilanciato, in modo marcato sulla sola battaglia per i diritti individuali, dimenticando il senso di comunità e della condivisione. La democrazia si nutre del senso del limite e del dubbio, della mediazione, del confronto e del dialogo, della reciproca legittimazione sull’equilibrio sempre da ricercare tra politica ed economia, oggi completamente saltato con la deriva di una certa idea di globalizzazione, di turbo capitalismo, dello strapotere in fabbrica sulla forza lavoro, di narcisismo e nichilismo individualistico, che ben si associa ad una cultura in cui le disuguaglianze non sono combattute, ma al contrario mitigate oppure gestite in sistemi totalitari, dal volto “diversamente umano” come quello cinese.



Posted on: 2021/01/07, by :