I Maggio virtuale, voglia di rialzarsi reale

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La festa dei lavoratori non sarà una festa di popolo come ogni anno dal Secondo dopoguerra in avanti. Nell’assenza di cortei e comizi, inni ed elementi coreografici diventati liturgia, il I Maggio assomiglierà nella virtualità del web più ad un immenso augurio e speranza corali di ritrovarsi nel 2021 in una condizione diversa, magari con il vissuto di aver superato una prova durissima, ma con la consapevolezza che le rinunce estreme e i pesanti sacrifici di oggi saranno stati ricompensati, ripagati.

Guardare avanti, guardare l’orizzonte, è un’altra delle condizioni di non lasciarsi risucchiare nel baratro della paura e della disperazione per milioni di lavoratori, operai, impiegati, tecnici, insegnanti, precari, il cui posto di lavoro, a causa della pandemia coronavirus, è in pericolo o addirittura è stato cancellato in questi mesi dalla mappa occupazionale. Il passaggio dal virtuale al reale, dalle reti dei social, che diffonderanno il senso della festa nello “stare a casa”, impone dunque una riflessione collettiva. Lo impone, indifferentemente, a chi governa e a chi sta all’opposizione, ognuno nel proprio ruolo e con un distanziometro politico per sottrarsi a gelatinosi abbracci d’interessi, per individuare gli strumenti e le soluzioni idonee a far sì che il pedaggio della crisi sia distribuito equamente, nel rispetto dei propri bisogni.

Ben più di altre crisi, quella scaturita dalla pandemia ha fatto emergere la debolezza di un contesto globale e nazionale che, nel corso di tre decenni, ha visto drammaticamente abbassarsi la tutela dei diritti sociali. Un lungo periodo segnato da precarizzazione del lavoro e da scarsa attenzione per la sicurezza dei lavoratori sta riversando, in una sola pesante e inattesa rata, il suo altissimo prezzo sociale. Per molti aspetti, queste condizioni sono state l’effetto dell’incapacità di concepire un disegno occupazionale rispondente ai bisogni del passaggio di millennio e alle brucianti (a volte nel senso letterale del termine) innovazioni tecnologiche.

Il Paese si è distratto ed ha finito per cancellare dal proprio vocabolario gli investimenti, le valorizzazioni di competenze, le progettazioni qualificanti e innovative che pur, tra luci ed ombre, avevano segnato il percorso della sua Ricostruzione e degli anni del “boom” economico. Ed è mancata, più in generale, anche negli industriali italiani, che avrebbero dovuto essere più lungimiranti nella scelta dei propri “alleati”, la capacità di pensare a un futuro costruito sul lavoro e sui diritti dei lavoratori.

Le stesse politiche industriali (se tali si possono definire per carità di patria) degli ultimi decenni hanno offerto risposte corrispondenti più alle esigenze del momento che ad un progetto sui bisogni e sulle vocazioni reali del Paese e, in particolare modo, ad aprire un ciclo virtuoso di sviluppo armonico che coniugasse e collegasse le risorse all’ambiente, al rispetto e alla difesa del territorio. I disastri ambientali recenti ne sono una triste e funerea testimonianza. Né i governi di qualunque colore, con una responsabilità trasversale che sgomenta per l’incapacità di invertire la rotta e di perseverare in una politica industriale raccogliticcia e improvvisata, hanno avuto in animo di costruire le indispensabili priorità strategiche nel settore manifatturiero e in quello della ricerca per ridisegnare il profilo della nostra industria che oggi soffre nel confronto con gli altri Paesi non soltanto sul piano della produttività, quanto su quello delle dimensioni.

L’Italia non ha più grandi imprese private, risultato della politica del “laissez faire”, della fiducia incondizionata al “dio mercato” e alla globalizzazione, come se mercato e e globalizzazione fossero i naturali correttivi (anche spirituali) degli egoismi, dell’avidità e dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo. A compenso, sono state sperperate impressionanti risorse pubbliche (il primo pensiero corre all’Alitalia e all’Ilva) e mai contrastati i disegni di coloro che sono riusciti a portare l’industria automobilistica in una posizione di debolezza, se non di inesistenza, nonostante gli innumerevoli annunci di “fabbrica Italia”, annunci milionari sulla carta… velina.

Ora per la ripresa, mentre le statistiche indicano la caduta del Pil in Italia del 10 per cento, i lavoratori italiani ripongono una grande fiducia nell’altruismo e nella generosità di essere cittadini di un solo continente, l’Europa. E questo I Maggio 2020 dovrà diventare necessariamente anche il simbolo dell’unità di intenti di tutti i sindacati europei, in uno sforzo corale per far convergere i governi e le istituzione europee verso un’unica direzione di marcia, quello della rinascita, anche a costo di apparire retorici.



Posted on: 2020/04/30, by :