Il senso della Resistenza nell’8 Settembre 1943

di Luciano Boccalatte |

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Sabato 11 settembre: come italiano, ricorderò questo giorno di onta e di vergogna, augurandomi che Dio mi risparmi l’umiliazione di vedere ancora simili giornate. Arrivando a Torino, tutto è tranquillo: forti nuclei di truppe tedesche con carri armati e autoblindo stazionano vicino al Comando militare, macchine e motociclette tedesche perlustrano in tutti i sensi la città. E le nostre truppe? Parte sono state fatte prigioniere – verso le dieci vedo passare una colonna di nostri soldati inquadrati dai soldati tedeschi con fucili e mitragliatrici – , parte, probabilmente la maggioranza, sono scappate. La città è piena di soldati, vestiti con abiti borghesi avuti in prestito. E viceversa, in questo giorno di dolore e di tristezza, cosa fa la massa? Si dà al saccheggio: questo è il termine. Tutte le caserme sono state abbandonate a loro stesse: tutti come cavallette si son precipitati a rubare viveri, scarpe, biancheria, divise, armi, etc. […] I Tedeschi d’altra parte non fanno complimenti: cominciano a sequestrare a gran forza macchine militari e non militari […] Siamo destinati a una fine probabilmente peggiore della Francia o della Grecia. D’altra parte ci meritiamo una sorte migliore? Non so quel che avvenga nelle altre città: lo spettacolo cui assisto è tale da disperare dell’Italia e degli Italiani.1

Quel giorno dunque, quando vidi passare le automobili tedesche, ebbi improvvisa la sensazione che la vacanza fosse finita. Non che mi rendessi conto, neanche parzialmente, della realtà della situazione. Continuavo a ragionare col solito, incosciente ottimismo: le automobili tedesche portavano parlamentari; le proposte sarebbero state respinte. Torino si sarebbe difesa. La gente s’affollava intorno a noi. E’ uno dei ricordi più patetici di quel giorno [10 settembre 1943] l’ansia dei passanti che vedendoci con dei fogli stampati in mano, ci credevano al corrente delle segrete cose e c’interrogavano, sperando di sapere, di capire: patetici nel loro isolamento, nel loro abbandono: lasciati a se stessi, senz’armi materiali né morali, senza un orientamento, senza una parola d’ordine. […] Io avrei voluto tender loro la mano, ma non ero né più ricca né più armata di loro. […] Fuori, nella strada, nel tram, la vita esterna appariva squallidamente normale. Allo smarrimento incredulo, alla ribellione irosa, stava ora succedendo, nei più la rassegnata stanchezza indomita del popolo italiano. S’eran sopportati i bombardamenti, gl’incendi, la carestia; si sarebbe sopportata anche l’occupazione. Che se ne sarebbe usciti, tutti erano certi, in fondo al cuore. Ma come, ben pochi sapevano. 2


Carlo Chevallard, industriale torinese, e Ada Prospero, vedova di Piero Gobetti, già impegnata nel Partito d’azione: ho citato questi due passi, significativi per i diversi punti di vista, ma che finiscono per avere punti di convergenza e di contatto. Si è molto discusso, in anni passati, in un dibattito che ha avuto impronta più politica che storiografica, sul significato di questa data. Si parlato di “morte della Patria” o, viceversa, di momento della rinascita del paese. Mario Isnenghi ha osservato che “la Seconda guerra mondiale non comincia l’Otto settembre, ma nelle riformulazioni della memoria è quasi come se accadesse. Il 10 giugno appare ammutolito”. E qui si tocca un primo punto fondamentale, i mancati conti con il fascismo nella memoria collettiva degli italiani, i conti con il Ventennio in cui masse consistenti hanno creduto alla propagando di regime, all’autorappresentazione di una grande potenza, all’illusione di un restaurato impero, alla guerra antibolscevica, all’idea di un mondo dominato dal fascismo. Illusioni che nella data che si ricorda caddero brutalmente di fronte alla realtà delle sconfitte sui fronti e del crollo del fronte interno.

Dopo settantasette anni, dovremmo focalizzare la nostra attenzione su altri due punti, che si possono sintetizzare nelle parole chiave “scelta” e “complessità”. È da quel crollo di ogni autorità statale che nascono le scelte, varie e che attraversano percorsi spesso tortuosi e lenti: sono scelte personali, mancando i punti di riferimento abituali. Ognuno si trova di fronte a se stesso, una reazione individuale ad una condizione di guerra ai civili nei paesi occupati dalle truppe naziste, percepita come una somma ingiustizia che mette in prima linea intere popolazioni inermi. Qui è la chiave di lettura delle Resistenze in Europa: tale reazione individuale si iscrive presto in un fenomeno collettivo che rivela, pur con grandi differenze al suo interno, una comune tensione verso una società futura. Nel nostro Paese, perduta ogni parvenza di stato esercitante una legale autorità, è da quelle scelte che nasce una legittimità nuova, la sperimentazione di forme di democrazia, il senso di sentirsi protagonisti, con una consapevolezza che andrà costruendosi e maturando nei successivi venti mesi, di un nuovo concetto di cittadinanza, che troverà poi espressione compiuta nella Carta costituzionale. Acutamente Giusepppe Filippetta ha messo a fuoco questo nodo cruciale nel suo L’estate che imparammo a sparare. Storia partigiana della Costituzione, Milano, Feltrinelli, 2018.

E qui veniamo alla seconda parola chiave, “complessità”. Al di là di ogni immagine oleografica e stereotipata, quella scelta fu complicata. Certamente più immediata per quei gruppi, ma una piccola minoranza, che già avevano maturato le proprie posizioni politiche, nell’esilio, nelle carceri o nella clandestinità durante il ventennio fascista. Accanto ad essi troviamo i militari del Regio esercito, il cui peso nella lotta di liberazione, è ormai un dato storicamente acquisito, anche se molto rimane da studiare. Si è ora giunti nell’analisi storiografica a considerare il fenomeno resistenza nella sua accezione più vasta, ricomprendendo gli internati militari che con il rifiuto di aderire alla neonata Repubblica di Salò, la privarono di seicentomila uomini, restando fino alla fine nella dura condizione dei campi tedeschi, e rivalutando, attraverso studi quantitativi, la presenza tra le formazioni partigiane dei militari sbandati dopo l’8 settembre. Per restare in ambito piemontese, da cui siamo partiti con le citazioni iniziali, su circa 4000 partigiani presenti nella regione nel mese di settembre 1943, la metà proviene dai diversi corpi dell’esercito.

Le motivazioni furono le più diverse. Si pensi a Nuto Revelli che costituì il suo primo gruppo partigiano denominandolo “Compagnia rivendicazione caduti”, i sui commilitoni scomparsi nella sciagurata campagna di Russia, al giuramento di fedeltà al re e al senso dell’onore militare che motivò molti soldati e ufficiali (né va dimenticata l’azione dei Gruppi di Combattimento del rinato esercito italiano, “cobelligerante” con gli Alleati nella campagna d’Italia), ai diversi obiettivi che Claudio Pavone ha sintetizzato nella felice formula delle tre guerre, civile, patriottica e di classe. I partiti politici trovarono la loro legittimazione nel corso di quella guerra, con la presenza delle diverse formazioni, Garibaldi, Giustizia e Libertà, Autonome, Matteotti. E gli studi si sono dedicati negli ultimi decenni alla “resistenza civile” anch’essa frutto di scelta, soprattutto per quanto riguarda la partecipazione femminile, a lungo sottovalutata e sottostimata. Una forma di resistenza che non avrebbe potuto esistere senza la resistenza armata, ma è vero anche il contrario.

Se una lezione dobbiamo trarre in questa ricorrenza, è quella di saper cogliere la complessità del passato: solo così potremo sentire a noi vicini quei ventenni del 1943 che si trovarono di fronte alla difficoltà di una decisione. Mi piace chiudere con un testo poco noto, che ben esprime quella volontà di schierarsi, e la lucidità di chi sa che con il suo atto mette in gioco la propria vita. Le parole sono di Pasquale Infelisi, maggiore dei Carabinieri, partigiano, fucilato dai tedeschi a Macerata il 14 giugno 1944:
“Non si può aderire ad una Repubblica come quella di Salò, illegale dal punto di vista costituzionale e per di più alleata a uno straniero tiranno, per essere poi agli ordini e alle dipendenze della guardia nazionale repubblicana cancellando anche il nostro glorioso nome di carabinieri, per confonderci con un’organizzazione paramilitare che non ha storia né gloria, dove molti dei componenti hanno il solo merito della violenza e della sopraffazione […] .


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1 Carlo Chevallard, Diario 1942-1945. Cronache del tempo di guerra, a cura di Riccardo Marchis, Torino, BluEdizioni, 2005.
2 Ada Gobetti Marchesini Prospero, Diario partigiano, Torino, Einaudi, 1956.

Posted on: 2020/09/09, by :