Io vaccino, tu vaccini … essi “svaccinano”, ossia come scrivere la storia dell’ultimo anno.

di Emanuele Davide Ruffino
e Germana Zollesi |

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Alla fine si riusciranno a produrre una quantità di vaccini sufficiente per creare l’immunità di gregge, ma per descrivere questo periodo intermedio, che cosa sarà riportato sui libri di storia per raccontare la gestione dell’attuale crisi? Ad un anno di distanza il primo capitolo dovrebbe essere ormai di competenza degli storici, ma nessuno si è ancora cimentato in questa ardua opera. Una nemesi degli avvenimenti non è ancora possibile da individuare, eppure di fatti rilevanti, le cronache ne hanno annoverati parecchi e la gestione dei vaccini ne ha sublimato le incoerenze.

Le pandemie sono parte integrante della storia dell’umanità. Non vi è secolo che non sia stato colpito da un ondata epidemica. Da quando l’essere umano ha iniziato a raggrupparsi in società e a creare nuclei di persone che convivono insieme in spazi ristretti, le malattie contagiose hanno assunto un fattore determinante nello sviluppo. Con la realizzazione di un villaggio globale e l’aumento delle possibilità di contatto questi rischi sono enormemente accresciuti, senza che i vari livelli di governo si siano adeguatamente predisposti ad affrontare la situazione.

Anamnesi storica delle pandemie

Nel ripercorre le varie pandemie la prima ricerca da cui si muove è individuare il fattore scatenante. La peste nera (la prima guerra batteriologica) si fa risalire all’assedio, durato più di trent’anni, della città di Kaffa da parte dei Tartari di Gani Bek (la cosiddetta “Orda d’Oro”) che pensarono bene di catapultare i corpi degli appestati, morti o morituri, dentro le mura (e gli assediati restituirono la cortesia). La città intratteneva strettissimi rapporti commerciali con la Repubblica di Genova, le cui navi toccavano tutti i porti del mondo conosciuto, per cui il virus fu rapidamente portato in tutto il Mediterraneo. L’epidemia scoppiata un secolo fa, fu definita “Spagnola” solo perché in Spagna, non essendo coinvolta nel conflitto mondiale, la sua stampa non era soggetta a censura, mentre i paesi belligeranti miravano a impedire la diffusione di notizie che potessero compromettere il morale delle truppe (il primo caso accertato fu probabilmente un soldato della base militare di Camp Funston). La pandemia provocata dal Coronavirus non ha ancora una paternità ben definita: forse è nata in laboratorio, gli Usa e Cina si scambiano accuse, e purtroppo l’OMS non ha saputo svolgere (al di là degli isterismi trumpiani) il ruolo di arbitro imparziale e di ricercatore diligente metodico (ancora troppo condizionato dalle pressioni dei singoli Stati). A questa prima incertezza se ne sono aggiunte altre, per cui lo storico del futuro sarà obbligato a rilevare una serie di incongruenze:

⁃ la pandemia presenta un impatto planetario, ma le istituzioni internazionali non disponevano di sufficienti poteri per aggredire globalmente il problema e neanche di sufficiente autonomia per svincolarsi dalle pressioni dei singoli Stati;

⁃ si è parlato di dichiarazioni di guerra per contrastare il virus, ma diversamente dai conflitti bellici non si sono cooptate le risorse disponibili (nel periodo bellico le nazioni belligeranti hanno rapidamente convertito tutte le industrie per supportare le forze impegnate in prima linea: oggi non riusciamo neanche a capire che cosa producono e che cosa hanno immagazzinato le industrie farmaceutiche presenti sul territorio nazionale);

⁃ non si è data attuazione al concetto di esproprio per pubblica utilità (con equo indennizzo) previsto dall’articolo 141, I comma, del Codice della Proprietà Industriale, che conferisce allo Stato il potere di espropriare i brevetti per «ragioni di pubblica utilità». Il trattato Trips, ratificato dall’Italia nel 1995 e dalla Ue nel 2007, consente di utilizzare il brevetto senza il consenso del titolare in caso di emergenza nazionale, concetto in cui nel 2001 gli stessi Stati aderenti hanno fatto pacificamente rientrare in «crisi sanitarie» ed «epidemie»;

⁃ la sanità è in grado di effettuare operazioni (ad esempio, i trapianti) difficilissime, ma trova grandi difficoltà nell’allestire locali per effettuare i vaccini (così come, anche in questa fase di crisi, il sistema è in grado di produrre milioni di protocolli al giorno, ma non quello di fornire le informazioni per recarsi al centro vaccinale o un piano colore all’interno degli ospedali per indirizzare i visitatori);

⁃ il delegare la tutela della salute a singoli gruppi industriali (che ovviamente rispondono ad altri scopi e ad altre logiche) e pensare di recuperare la situazione avviando contenziosi ha indebolito il ruolo degli Stati;

⁃ basta la notizia (vera o falsa) sugli effetti di un vaccino per convincere milioni di persone a sceglierne un altro (se fosse possibile la stessa cosa nel settore alimentare, chissà quante fake news farebbero uscire sui prodotti concorrenti);

⁃ le misure prescrittive del lock down sono strutturate in modo che, se si interrogano i 60 milioni di italiani, si otterrebbero 60 milioni di risposte differenti (ponendo il problema di una dissociazione tra quanto stabilito nelle norme e quanto recepito della popolazione);

⁃ il sistema ha riempito i magazzini di prodotti a rischio di deterioramento e non a predisporre dei magazzini virtuali (cioè la capacità di attivare l’acquisizione di risorse in breve termine);

⁃ la necessità di rispolverare l’insegnamento di Galileo per cui la scienza procede per tentativi ed errori: il vero metodo scientifico non ha paura dell’errore, ma lo accetta, lo supera e impara da esso;

⁃ le scienze economico-sanitarie riusciranno (forse quando il dato servirà solo più per le analisi storiche) a decriptare come sono stati acquisiti e somministrati i vaccini, ma non competerà loro decidere quale dovrà essere l’autorità che dovrà governare la prossima crisi.

La necessità di rispondere ai problemi quotidiani ha impedito azioni programmatiche di più ampio respiro, a ciò si aggiungono pericolose degenerazioni dei costumi (per cui si comincia a capire perché funzionari regionali si giocano la carriera per compiacere al potente di turno o perché si perseguono criteri di selezione per formare una classe dirigente di yes man, capace di sollevare dubbi interpretativi ma non di risolvere problemi).

Commissariamento o crescita culturale

Le pandemie sono in grado di trasformare le società in tutti i suoi aspetti (sociali, culturali, economici) influenzando in modo decisivo il corso della storia e ciò indipendentemente dalle volontà espresse dalle singole popolazioni e dai loro governanti. Di qui l’espressione, satiricamente provocatoria, che stiamo “svaccinando” perché sarà difficile, per gli storici, spiegare perché in presenza di una virulenza così pericolosa ci si perda nell’interpretare il concetto di parentela, di seconda casa, di categoria maggiormente a rischio (e di chi rientra effettivamente in dette categorie) etc.

Nonostante la costituzione di task force e di commissari ad acta per cercare di costituire un minimo di unitarietà di azione, la confusione gestionale regna in molte nazioni (eccezion fatta, sia pur tra luci ed ombre, per Israele e Gran Bretagna). Qualsiasi provvedimento, da un lato, viene travisato dai furbetti di turno, dall’altro viene sottoposto ad un asfissiante analisi di tipo giuridico-burocratica, a scapito dei ragionamenti di tipo economico-funzionale: di qui l’amara constatazione che non è solo il singolo decision maker a sbagliare, ma la decadenza di un sistema che non riesce più ad autogovernarsi e che il Coronavirus ha brutalmente evidenziato.




Posted on: 2021/04/08, by :