La Festa della Repubblica e la lezione di Piero Calamandrei

di Marco Travaglini|

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Si avvicina il 2 giugno, Festa della Repubblica. Una data importante, spesso non considerata pienamente nella giusta dimensione storica. Si tratta, a ben vedere, di uno dei capisaldi di quella che potremmo definire la storia patria. Non si tratta di dare o meno importanza alle date, riducendo la storia contemporanea ad una mera cronologia ma di guardare con interesse a ciò che si cela dietro di esse. Se pensiamo al 2 giugno e a ciò che ruota attorno a quella data ci rendiamo conto che la storia recente del nostro paese ha conosciuto alcuni momenti importanti e dirompenti come i venti mesi della lotta di Liberazione, il referendum fra Monarchia e Repubblica, le elezioni dei membri della Costituente che diedero vita alla Costituzione repubblicana. Eventi importanti, decisivi che non dovrebbero lasciare nessuno indifferente, soprattutto in un momento così delicato come quello della faticosa ripresa, con tutte le cautele e gli accorgimenti necessari, dopo il lungo periodo di sospensione delle attività imposto dall’emergenza sanitaria a causa di quest’ospite subdolo e indesiderato che porta il nome di Covid-19.

Quello straordinario discorso del 1955

Tornando a quegli eventi fondativi della nostra comunità nazionale, va ricordato tra i protagonisti l’avvocato e giurista Piero Calamandrei, antifascista resistente e “padre costituente” che fu tra i fondatori del Partito d’Azione. Calamandrei pronunciò nel 1955 ad un gruppo di studenti milanesi un discorso stupendo sul significato della democrazia e rievocò con grande intensità quei giorni. È un tema sul quale sarà necessario ritornare con maggior profondità ma è utile citarlo in occasione del 74° anniversario della Repubblica. Questa sintesi, riferita ad alcuni passaggi di quel memorabile intervento, credo possa rappresentare una prima, istruttiva occasione per un rapido ripasso storico. Ecco alcune delle parole pronunciate da Calamandrei il 26 gennaio di sessantacinque anni fa, meno di due anni prima della sua scomparsa, nel Salone degli Affreschi della Società Umanitaria milanese partecipando ad un ciclo di conferenze sulla Costituzione rivolte ai più giovani.

“Io mi ricordo le prime elezioni dopo la caduta del fascismo, il 2 giugno 1946, questo popolo che da venticinque anni non aveva goduto le libertà civili e politiche, la prima volta che andò a votare dopo un periodo di orrori – il caos, la guerra civile, le lotte le guerre, gli incendi. Ricordo – io ero a Firenze, lo stesso è capitato qui – queste file di gente disciplinata davanti alle sezioni, disciplinata e lieta perché avevano la sensazione di aver ritrovato la propria dignità, questo dare il voto, questo portare la propria opinione per contribuire a creare questa opinione della comunità, questo essere padroni di noi, del proprio Paese, del nostro Paese, della nostra Patria, della nostra terra, disporre noi delle nostre sorti, delle sorti del nostro Paese. Quindi, voi giovani alla Costituzione dovete dare il vostro spirito, la vostra gioventù, farla vivere, sentirla come cosa vostra, metterci dentro il senso civico, la coscienza civica, rendersi conto – questa è una delle gioie della vita – rendersi conto che ognuno di noi nel mondo non è solo, che siamo in più, che siamo parte di un tutto, nei limiti dell’Italia e nel mondo. Ora vedete – io ho poco altro da dirvi – in questa Costituzione, di cui sentirete fare il commento nelle prossime conferenze, c’è dentro tutta la nostra storia, tutto il nostro passato. Tutti i nostri dolori, le nostre sciagure, le nostre glorie son tutti sfociati in questi articoli. E a sapere intendere, dietro questi articoli ci si sentono delle voci lontane. Quando io leggo nell’articolo 2, “l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale”, o quando leggo, nell’articolo 11, “l’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli”, la Patria italiana in mezzo alle alte patrie, dico: ma questo è Mazzini; o quando io leggo, nell’articolo 8, “tutte le confessioni religiose sono ugualmente libere davanti alla legge”, ma questo è Cavour; quando io leggo, nell’articolo 5, “la Repubblica una e indivisibile riconosce e promuove le Autonomie locali”, ma questo è Cattaneo; o quando, nell’articolo 52, io leggo, a proposito delle Forze armate, “l’ordinamento delle Forze armate si informa allo spirito democratico della Repubblica” esercito di popolo, ma questo è Garibaldi; e quando leggo, all’articolo 27, “non è ammessa la pena di morte”, ma questo, o studenti milanesi, è Beccaria. Grandi voci lontane, grandi nomi lontani. Ma ci sono anche umili nomi, voci recenti. Quanto sangue e quanto dolore per arrivare a questa Costituzione! Dietro a ogni articolo di questa Costituzione, o giovani, voi dovete vedere giovani come voi, caduti combattendo, fucilati, impiccati, torturati, morti di fame nei campi di concentramento, morti in Russia, morti in Africa, morti per le strade di Milano, per le strade di Firenze, che hanno dato la vita perché la libertà e la giustizia potessero essere scritte su questa carta. Quindi, quando vi ho detto che questa è una carta morta, no, non è una carta morta, questo è un testamento, un testamento di centomila morti. Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra Costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati”.

A qualcuno potrebbe apparire un testo enfatico, gonfio di retorica. Sbaglierebbe. Perché occorre tener presente il contesto storico e l’estenuante fatica che impegnò un gruppo di donne e uomini straordinari per raggiungere un compromesso alto su un testo – la Costituzione della Repubblica – di fondamentale importanza, destinato a definire i principi e i valori dell’identità di un popolo e durare a lungo. Il riferimento alle montagne, pensando al Piemonte, all’etimologia stessa del nome che porta e a ciò che avvenne a metà degli anni ’40 ne svela l’importanza e la particolarità. In quel tempo, fissato nella storia dallo scorrere dei drammatici mesi tra l’8 settembre del 1943 e la primavera del ‘45, per venti mesi le montagne del Piemonte ospitarono eventi decisivi per il riscatto della nazione. In quelle stagioni di ferro e di fuoco quei monti, così come i luoghi del dolore che evoca Calamandrei, rappresentarono i luoghi fisici nei quali s’inscenò una lotta dura, fatta di resistenza, libertà, speranza nel futuro. Non dimenticare quella lezione il 2 giugno è ben più di un tributo alla storia recente della nazione: è un preciso dovere civile e morale.



Posted on: 2020/05/29, by :