Laicità, libertà religiosa e culto nella pandemia

di Luca Rolandi |

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Bisogna risalire indietro nel tempo per cercare di guardare con giudizio e responsabilità ad un tema molto delicato che riguarda i rapporti tra Stato laico e confessioni religiose e dentro le profonde differenze che esistono tra loro, in uno scontro che appare più politico, piuttosto che di visione globale. Non basta evocare il principio di laicità, doveroso e necessario in una società plurale, sempre in costante evoluzione e trasformazione, come d’altronde appellarsi, correttamente, ma non esclusivamente, alla garanzia dello spazio pubblico della religione. L’aspro confronto suscitato dalle decisioni del governo Conte sulle disposizioni e prime aperture della cosiddetta fase 2 con la CEI, la Conferenza Episcopale Italiana, hanno almeno due elementi distinti su cui cercare di provare a riflettere.

Sul fronte laico e giuridico il tema è la riapertura delle Chiese e dei luoghi di culto cattolici e cristiani (vedremo poi le altre religioni) ai fedeli, in altri termini la messa con il popolo. Il confronto, teso e per molti aspetti eccessivo con la dura reazione della Cei, è stato anche determinato da una trattativa che era stata avviata da tempo e che poi sarebbe saltata per una forte opposizione del Comitato medico scientifico, preoccupato che la messa potesse essere inserita in un contesto di assembramento di persone, con la possibilità di riaccendere focolai e in particolare la problematica assunzione della comunione dell’ostia eucaristica complessa nella sua distribuzione al popolo dei fedeli. L’opposizione dei vescovi è stata molto dura e la loro risposta piccata al Governo si spiega anche con la delusione di aver ricevuto, insieme al ringraziamento per il lavoro di servizio e sostegno alla carità dei più bisognosi e gli ultimi, un no per quanto cortese alla riapertura al culto partecipato. E qui sorge il dubbio che il confronto sia saltato per la rigidità e la poca possibilità di approfondire il tema, comprensibile per l’emergenza in atto, tra le due delegazioni, forse non preparate adeguatamente ad affrontarlo.

Di mezzo c’è dunque la dinamica tra due istituzioni, regolata dalla Costituzione e dal Concordato del 1929, rivisto e rinnovato nel 1984 dagli accordi tra Stato Italiano e Santa Sede. Altrove, per esempio in Francia, in regime di laicità, solo la legge ordinaria stabilisce limiti e possibilità di azione per i culti religiosi. E su questo punto, a mio parere, vi è stata una sottovalutazione del tema. Coerentemente, si è concentrata l’attenzione sulla salvaguardia della salute e della vita, rimandando ad una fase successiva l’apertura delle messe ai fedeli. Tutto ciò non ha però impedito di commettere un errore: quello di non allargare con maggiore vigore e impegno il confronto e le decisioni con le autorità ecclesiastiche di definire protocolli rigidi, ma anche realistici per avviare procedure di distanziamento fisico e gli accorgimenti sanitari nelle chiese, nelle parrocchie e nei luoghi di culto, che comunque in ogni si dovranno adottare quando si riapriranno. Esagerata in ogni caso la reazione dei vescovi che hanno denunciato una palese violazione della libertà di culto o di libertà ed espressione religiosa, perché limitante in una delle sue componenti fondamentali, quella sacramentale. Come pure l’accomunare la dimensione della fede, della celebrazione della mensa eucaristica, ad una attività, che peraltro, in una modalità monca, privata dall’assemblea dei fedeli, non si mai fermata: messa in streaming, momenti di preghiera, silenzio, lettura della Parola.

Un dibattito che al di là della nota della Cei ha aperto un confronto ad extra, ma soprattutto ad intra del mondo ecclesiale, evidenziando una pluralità di posizioni e voci. Ad extra va osservata, con molta amarezza, la debolezza di entrambe le classi dirigenti, politica ed ecclesiastica, che in un momento difficile, non sono state coraggiose, sagge e lungimiranti, facendo deflagrare un caso che avrebbe potuto benissimo essere prevenuto e gestito in modo migliore. Vale la pena ricordare la lezione di un grande maestro, il giurista cattolico liberale Carlo Arturo Jemolo, uno di quegli uomini che oggi sarebbero necessari per affrontare con competenza e sapienza questioni così spinose: “la nostra laicità – scrisse – non ha nulla di antireligioso, può essere praticata anche da una popolazione interamente cattolica alla sola condizione che essa accetti l’idea di una distinzione tra funzioni dello Stato e quelle della Chiesa. […] I problemi possibili sono innumerevoli. Ma se si accetta questa idea liberale della laicità, fondata sul culto del dialogo, sulla diffidenza, e sul timore del dogmatismo, colui che credendosi possessore della verità, pretende d’imporla, sarà relativamente facile, grazie a tale filo conduttore, trovare la soluzione più adatta ai diversi problemi che travagliano il nostro tempo”.

Ad intra il confronto è molto più articolato e diffuso di quello che si possa pensare. Intanto vi è la presenza di un Papa che viaggia su una dimensione più ampia e universale. Nella sua omelia del 28 aprile in Santa Marta, Francesco ha espresso un concetto molto chiaro: “In questo tempo, nel quale si incomincia ad avere disposizioni per uscire dalla quarantena, preghiamo il Signore perché dia al suo popolo, a tutti noi, la grazia della prudenza e della obbedienza alle disposizioni, perché la pandemia non torni”. Poi ci sono differenze e accenti diversi tra gli stessi vescovi, molti preti, teologi, ma anche nelle comunità cristiane e tra i laici cattolici più impegnati nella riflessione. Una diversità che non vuol dire disgregazione di un mondo – un cristianesimo in frantumi parafrasando il titolo di un memorabile libro di Michel de Certeau – ma vita, vivacità, dialogo tra persone credenti sempre in ricerca mai appagate da una norma o un dettato. In fondo, il teologo e filosofo Giovanni Ferretti ha centrato il punto ricordando che “una libertà senza responsabilità, lo abbiamo sempre predicato, non è vera libertà. Tanto più quando in gioco c’è la vita delle persone!”. Dunque il dato che viene fuori, anche se per taluni potrà sembrare un pericolo, all’opposto ritengo che sia una ricchezza, è un coro polifonico e non una dimensione granitica del mondo cattolico, un confronto che va alla radice teologica di quelle due componenti essenziali della stessa esperienza evangelica che sono la vita spirituale e la vita sacramentale, in particolare dalla comunione eucaristica. Impossibile pensarne una al di fuori dell’altra. L’interrogativo è se e per quanto tempo la vita personale e comunitaria del cristiano possa essere solo alimentata dalla Parola di Dio, dalla preghiera e dal silenzio in mancanza della dimensione sacramentale. E se quest’ultima sia superiore alla prima o se la interazione costante e continua delle due dimensioni e realtà siano per il cristiano fondamento stesso del suo vivere e sperare.

In un passaggio così doloroso e inedito come quello pandemico la dimensione misteriosa e fondante della spiritualità, per contingenza e necessità, è preminente su quella sacramentale, non per imporsi, in una ottica di dottrina cattolica, ma perché le condizioni, non nuove nella storia dell’umanità e della comunità cristiana lo hanno determinato. Pensare che l’una dimensione possa sostituire l’altra è fuorviante, anche perché, come bene espresso dal vescovo di Pinerolo Derio Olivero, appena guarito dal coronavirus, dopo aver “camminato con la morte” questo potrebbe essere un tempo per “reimparare la fede nelle case? Altrimenti rischiamo di tornare a celebrare le messe, lasciando però che poi la vita di tutti i giorni sia vuota. La messa può anche essere una parentesi in un vuoto quotidiano”. Infine, sarebbe necessario allargare il tema per non ridurlo al solo confronto tra Stato e Istituzione ecclesiastica cattolica, anche alle altre confessioni cristiane, alle religioni del Libro, alle espressioni della religiosità orientale. Nella pandemia tutto riemerge e in futuro dovrà essere affrontato con grande cura e molta meno approssimazione.



Posted on: 2020/04/28, by :