L’individuo di fronte ai vaccini: metanalisi dei comportamenti

di Emanuele Davide Ruffino
e Germana Zollesi |

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Non può sfuggire all’osservatore dei fenomeni sociali la significativa diversità che le popolazioni manifestano sull’utilità del sottoporsi a vaccinazioni. I francesi, così come i serbi e i croati, sono scettici (più della metà, 56% non vuole vaccinarsi e solo il 13% si dice sicura di volersi vaccinare); i tedeschi, i danesi, gli olandesi, all’opposto, registrano più entusiasmo. A guidare la classifica sono i cinesi (ma alte percentuali si realizzano in tutti i paesi dell’Estremo Oriente), seguiti dagli israeliani. Ai piani alti dell’ipotetica classifica si trovano pure l’Arabia Saudita, Svezia e Cile (tutti sopra il 75%). In compagnia dell’Italia (sopra il 60%) vi sono i canadesi, gli americani, i turchi, gli australiani etc. Le proporzioni cambiano, ma non invertono i parametri, se i analizzano coorti specifiche: in Francia si sale al 67% tra gli anziani (mentre per i giovani contrari si scende al 28%); un po’ sopra la media se si prendono in considerazione i laureati e le persone ad alta scolarizzazione.

Attenzione all’uso che si fa dei dati

Sull’affidabilità dei dati ovviamente occorre “fare la tara”, non solo per quelli che provengono dai regimi dittatoriali (le cui indagini devono sempre compiacere al potere dominante), ma anche quelli confezionati da indagini estemporanee condotte più per ricercare il sensazionalismo che per interpretare la situazione. È però indubbio che il comportamento, di fronte ad un problema che dovrebbe essere dettato solo dalle conoscenze scientifiche, non dovrebbe presentare profonde differenze. Ma cos’è che fa cambiare opinione, anche quando i dati scientifici portati a conoscenza di chi vuole informarsi sono sempre i medesimi? Ad esempio la denigrazione. Non può non tornare alla mente lo scandalo collegato alla Cambridge Analytica, società che si occupata d’identificare i profili di personalità più inclini a essere persuasi a votare per un candidato o per una posizione referendaria, per poi colpirli ripetutamente con messaggi elettorali elaborati ad hoc e, dunque, maggiormente efficaci. Per definire il target, sarebbe entrata in possesso dei dati di utenti Facebook in modo illecito (senza che il social principe facesse nulla per impedirlo). E in proposito, nel 2018 il suo ideatore Mark Zuckerberg fu chiamato di fronte ai membri della Camera e del Senato statunitensi per rispondere della fuga di dati. Se ovviamente è lecito informare gli elettori dei propri programmi ed è altrettanto lecito informarsi sulle opinioni dei potenziali elettori, diventa meno corretto carpire informazioni sui singoli e poi costruire messaggi per carpirne la buona fede. La mancanza di ideologie con cui il candidato di presenta al corpo elettorale con un proprio progetto sul futuro, induce inevitabilmente la politica ad una ricerca ossessiva del consenso immediato.

Il comportamento dell’imperatrice Maria Teresa d’Austria

Nel 1767, una virulenta epidemia non risparmiò neanche la famiglia Asburgo: tra le vittime vi fu anche Maria Giuseppa di Baviera, moglie dell’erede al trono Giuseppe II. E la stessa imperatrice Maria Teresa, s’infettò per voler rimanere accanto alla nuora. Il rischio di contagio era così elevato che si tenevano i cavalli sempre sellati e pronti a diffondere in tutta Europa l’eventuale notizia del suo decesso. In effetti la sovrana fu contagiata e portò fino alla fine dei suoi giorni i segni della malattia sul volto. La donna più potente d’Europa, al pari dei suoi sudditi, si scoprì inerme di fronte ad un nemico invisibile. I suoi medici prescrivevano periodici salassi, che debilitavano ancor più il fisico: solo dopo molti lutti ci si convinse dell’efficacia di una pratica innovativa già sperimentata con successo in Inghilterra, Toscana e nel Regno di Napoli dove di lì a poco, Domenico Cotugno avrebbe pubblicato i risultati delle sue ricerche nel “De sedibus variolarum syntagma” sugli effetti del vaccino: era questa una tecnica basata sull’inoculazione, a mezzo di piccole incisioni cutanee, di un filo imbevuto di materiale vaioloso prelevato dalle vacche infette. Alla scoperta si arrivò osservando gli allevatori che, grazie al loro continuo contatto con le mucche, di vaiolo non s’ammalavano mai. Dalle mucche dunque il vaccino,(termine derivante proprio da questi animali), la salvezza dal morbo. Maria Teresa fece inoculare per primi i suoi figli più piccoli Ferdinando e Massimiliano, ed appena possibile li mostrò al pubblico passeggiando su una carrozza scoperta per le vie della capitale. L’esempio della sovrana fu imitato dai sudditi, permettendo una veloce regressione dell’epidemia.

La battaglia per non dirsi “influenzabili” e i meccanismi di apprendimento

Il constatare come un soggetto reagisca in modo diverso, se non contrapposto, davanti agli stessi input, induce a pensare ad un fallimento dell’azione di educazione sanitaria condotta in questi anni. Mai come oggi, nella storia, si registrano le reazioni più contraddittorie per cui sintesi e gestione diventano quanto mai ardue per il legislatore. La stessa notizia viene percepita ed elaborata in forme assai diverse da individuo ad individuo e ciò può costituire un elevato livello di indipendenza mentale: nessun problema quindi che gli atteggiamenti verso i vaccini e gli altri farmaci si riducano a dei replicanti del pensiero comune. Quando però si devono affrontare problematiche connesse al bene comune tutto si complica, portandoci a chiedere cos’è che modifica il giudizio di una popolazione. Ciò che “sappiamo” altro non è che la somma delle informazioni a cui, volontariamente o incidentalmente, siamo esposti. Se per ipotesi non assumessimo informazioni “nuove” (cosa praticamente impossibile, perché in rete e nella vita reale siamo continuamente bombardati) decideremmo comunque in base al nostro patrimonio d’informazioni vecchie, obsolete o insufficienti. Non possiamo definirci “soggetti non influenzabili”, ma ciò comporta una pluralità di posizioni difficili da sintetizzare. In questo contesto diventa problematico individuare il bene comune, ossia ciò che risulta più utile alla società. Il formare una coscienza comune di fronte ai danni provocati da un’epidemia però è un dovere cui nessun individuo può sottrarsi, perché le scelte riguardano tutti e, dunque, in un mondo globalizzato, l’intera popolazione.



Posted on: 2021/01/12, by :