Meglio aiutare che essere aiutati

di Emanuele Davide Ruffino
e Germana Zollesi |

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Se un aforismo recitava che il miglior modo per aiutare i poveri è di non diventare come loro (rinviamo questo concetto a quando si faranno i conti degli effetti del coronavirus), la situazione ora c’impone di concentrarci sul fatto che il modo migliore di aiutare i pazienti è di non ammalarsi. Ciò giustifica lo sforzo richiesto all’intera popolazione nel seguire le normali norme di igiene e di riduzione del contagio. Finché siamo nelle condizioni di aiutare vuol dire che, sia in termini di salute che economici, stiamo abbastanza bene.

Noi italiani siamo stati in queste condizioni per decenni, ma non ci rendevamo conto di esserlo e, sia pur con lodevoli eccezioni, non sempre ci siamo comportati da ricchi nei confronti dei miliardi di poveri nel mondo (milioni di bambini morivano per cause facilmente eliminabili, mentre in quelle stesse realtà non vi era il problema degli anziani, semplicemente perché il problema non sussisteva). Anche se sembra un po’ anacronistico richiamare alla memoria la vita di tanti uomini, laici e santi che si sono dedicati ad aiutare chi soffre, uno per tutti san Luigi Gonzaga, primogenito di una delle più ricche famiglie del rinascimento italiano che si contagiò e morì nel tentativo di aiutare le persone infettate, è opportuno ricordare che anche oggi tanti gesti, alla Luigi Gonzaga, se ne trovano in ogni dove.

Dunque, non sarà così peregrino con il proposito di rilanciare l’economia, cominciare ad appuntarci questi gesti, non solo per la loro valenza filantropica, ma perché sono in grado di generare benessere in termini più propriamente economici, si pensi all’esternalità, economia esterna o spillover, una componente quanto mai necessaria in qualsiasi società. Oggi che ci dilettiamo a sottolineare la generosità di alcuni e l’indifferenza di altri, appare chiaro che l’aiutare non è una categoria dell’agire in mano a pochi, ma è di tutti e di nessuno.

Se proviamo a trasferire questo concetto in campo economico, si scopre come la divisione tra buoni e cattivi non può essere fatta su singoli episodi, bensì nell’individuare chi potrà costruire le condizioni per far uscire presto la società dal baratro verso cui si sta indirizzando il sistema, così come noi lo conosciamo. Questo approccio ci porta a valutare tutte le ricette, con spirito critico, ma senza preconcetti: dipingere l’Italia come un paese di untori con le loro pizze non è stato un bel gesto (e per questo i francesi ci hanno già chiesto scusa), ma ora non dobbiamo cadere nello stesso errore. Si può non condividere la posizione dei Paesi del nord dell’Europa, ma essa dev’essere prima capita e poi criticata: forse lo scontro va collocato nella secolare diatriba tra l’approccio evangelico-luterano e ortodossia cattolica.

I primi rigidi fino al punto da far scrivere a William Shakespeare sulla possibilità di poter richiedere una libbra di carne ai debitori morosi, i secondi sempre speranzosi che il precetto religioso di aiutare i poveri, potesse (possa) risolvere i problemi. Teorie quasi dimenticate anche nei libri di scuola, ma che si possono ripresentare in forme pericolose nell’epoca del coronavirus. I singoli opinion leader (che nelle democrazie europee sono da noi stati scelti) sicuramente dimostrano limiti preoccupanti. Ma se a questo si associa un odio tra le popolazioni, il rischio è di spostare le lancette della storia indietro di secoli, con la differenza che allora l’Europa era il centro del mondo, ora è la periferia, con l’aggravio che delle beghe europee, le nuove potenze del mondo potrebbero non essere particolarmente interessate, mentre lo sono più nel predisporsi ad acquisire, a buon mercato, gli asset strategici.

Allora anziché discutere se gli aiuti dati da Tizio sono più meritori di quelli offerti da Caio (dimenticando che ogni aiuto, piccolo o grande, elargito con generosità, è sempre un fatto meritorio), o se si deve ottenere un punto in più sul deficit e sulla tipologia di debito da contrarre, occorre pensare a risolvere i problemi drammatici dei nostri giorni e a quelli che seguiranno. Non è facile individuare oggi quali investimenti, “imponenti e oculati nel contempo”, sappiano rilanciare la società e non soddisfare soltanto gli appetiti dei gruppi di scellerati che, sia nelle zone a più alta criminalità, come nel resto del Paese, si sono già messi in moto. Per evitare queste degenerazioni è auspicabile tornare presto a riposizionarsi tra coloro che aiutano e, se possibile, a non dimenticare di come si vive quando si ha bisogno di aiuto). Del resto, la “pretesa” di essere soccorsi in momenti di difficoltà (e le grandi e piccole istituzioni saranno valutate su come hanno reagito nel gestire le difficoltà), non è la risoluzione definitiva del problema, ma solo l’eccipiente.



Posted on: 2020/03/30, by :