Orban: se il Covid-19 diventa un rischio per la democrazia

di Davide Rigallo |

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Nell’Unione Europea attraversata dalla pandemia del Covid-19 accade che uno stato d’emergenza possa accelerare una crisi democratica già in atto, sospendendo democrazia parlamentare e stato di diritto in nome di un “decisionismo” spacciato per “unica soluzione”. Tutto ciò si verifica in Ungheria dove, il 30 marzo scorso, il premier Viktor Orbán ha ottenuto da un Parlamento largamente egemonizzato dal suo partito, Fidesz, l’approvazione di uno stato di emergenza sine die che gli affida poteri speciali con la facoltà di governare per decreto, sospendere l’assemblea legislativa senza elezioni, stabilire pene detentive per la diffusione di notizie false e violazioni delle quarantene. Primo atto del Premier “con pieni poteri” è stato un provvedimento che vieta alle autorità di registrare sui documenti di identità persone che abbiano cambiato il proprio gender, dando corso a una serie di discriminazioni verso le persone Lgbt e transgender. Nonostante una serie di reazioni internazionali molto preoccupate – citiamo, tra le tante, quella della Commissaria Ue per i diritti umani Dunja Mijátovic -, l’impressione è che la strategia del Presidente ungherese non incontrerà grandi difficoltà a proseguire: prese di posizione, censure verbali, indignazioni non sono atti ufficiali e, in questa fase emergenziale, hanno buon gioco a passare in subordine.

Una convinzione purtroppo diffusa è che quanto sta accadendo in Ungheria sia un fatto a sé, l’ultimo atto di una deriva circoscritta alle frontiere ben perimetrate di questo stato. Una convinzione sbagliata e pericolosa, che non tiene conto del ruolo e delle strategie condizionanti che Orbàn ha adottato da tempo nel quadro del Consiglio europeo. Basterebbe ricordare la crisi dei migranti del 2016. Anche allora il presidente ungherese sfruttò un’emergenza per violare apertamente diritti fondamentali e trattati europei (chiusura delle frontiere, costruzioni di barriere, sospensione unilaterale del Regolamento di Dublino, rifiuto della condivisione dell’accoglienza, ecc.). E anche allora seguirono prese di posizioni indignate e dichiarazioni di condanna. Il risultato, però, fu un complessivo rafforzamento del potere di Orbàn su due fronti: interno, con un incremento significativo di consenso presso la popolazione; esterno, con l’influenza esercitata su Consiglio e Commissione europea per l’adozione della Road Map di Bratislava, quale strategia di contrasto alle migrazioni. Il pericolo che l’azione sostanzialmente autoritaria di Orbàn possa trovare appoggi in seno al Consiglio europeo è concreto: il prezzo si pagherebbe in termini di diritti fondamentali che, all’opposto, dovrebbero, essere applicati e tutelati con particolare attenzione proprio nei momenti di emergenza.

Ad affermare questo rischio è il Parlamento europeo, l’unico organo dell’Ue eletto dai cittadini e rappresentativo delle varie famiglie politiche europee. Si tratta di un pericolo già formalmente espresso nel 2018 con un’apposita risoluzione1 che ha costretto, nei mesi successivi, il Consiglio europeo a realizzare alcune audizioni dell’Ungheria e della Polonia (altro stato sotto osservazione) sul rispetto dell’art. 7 del TUE2. Proprio qualche settimana prima dell’esplosione del Covid-19, il 16 gennaio di quest’anno, l’Eurocamera ha approvato un’ulteriore, importante Risoluzione3 che denuncia come il Consiglio europeo, nel corso di quasi due anni, non abbia organizzato tali audizioni in modo regolare, strutturato e aperto, ed esprime rammarico per il fatto che le audizioni non abbiano ancora portato a progressi significativi da parte dei due Stati membri in questione per quanto riguarda l’eliminazione dei rischi evidenti di violazione grave dei valori di cui all’articolo 2 TUE.

Un j’accuse forte che non si indirizza solo contro i due stati del Gruppo di Visegrad, ma coinvolge direttamente il Consiglio europeo, l’organo intergovernativo prevalente nelle decisioni comunitarie, che appare sempre di più un vulnus nell’assetto istituzionale dell’Ue. Non è difficile individuare nelle dure parole della Risoluzione la consapevolezza di quanto gli interessi nazionali favoriscano, in seno a questo organo, complicità tolleranti sulla violazione dei diritti fondamentali. Lo dimostra anche la proposta – presentata come imminente necessità – di istituire un meccanismo dell’UE in materia di democrazia, Stato di diritto e diritti fondamentali (DSD) che valuti, su un piano di parità, il rispetto da parte di tutti gli Stati membri dell’UE dei valori stabiliti all’articolo 2 TUE.

Riassumendo. È evidente come situazioni d’eccezione, come quelle dettate dall’attuale emergenza sanitaria, in determinati contesti nazionali europei (vedi Ungheria) accelerino crisi di assetti democratici già in atto.
Per altro, è altrettanto evidente come il Consiglio europeo, interpretando più gli interessi dei singoli stati che i valori fondanti comunitari, non sia pienamente in grado di garantire che ciò non avvenga.
Tuttavia, se il rischio di un’involuzione democratica nell’Ue è sul piatto, non tutti gli organi europei ne sono responsabili in egual misura. Lo dimostra la diversità degli interventi del Parlamento rispetto a quelli del Consiglio europeo.

Quest’ultima è una verità volutamente omessa nelle narrazioni prevalenti sull’Ue, le quali tendono a presentarla come un monolite decisorio, mettendo in ombra la sua struttura e la sua dialettica. Ma proprio su questa dialettica poco nota può rintracciarsi la strada per scongiurare il rischio di vedere vanificati i diritti fondamentali su cui l’Unione ha inteso fondarsi e svilupparsi negli anni.

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1 https://www.europarl.europa.eu/doceo/document/TA-8-2018-0340_IT.pdf
2 Su proposta motivata di un terzo degli Stati membri, del Parlamento europeo o della Commissione europea, il Consiglio, deliberando alla maggioranza dei quattro quinti dei suoi membri previa approvazione del Parlamento europeo, può constatare che esiste un evidente rischio di violazione grave da parte di uno Stato membro dei valori di cui all’articolo 2.
https://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/TXT/HTML/?uri=CELEX:12012M007&from=IT#d1e52-13-1

3 Risoluzione sulle audizioni in corso a norma dell’articolo 7, paragrafo 1, TUE, concernenti la Polonia e l’Ungheria (2020/2513(RSP)) https://www.europarl.europa.eu/doceo/document/TA-9-2020-0014_IT.pdf



Posted on: 2020/04/07, by :