Povertà certa, riforma del fisco incerta
Intanto aumentano le diseguaglianze

di Anna Paschero |

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La pandemia ha cambiato in pochi mesi il volto della società, allargando la forbice delle disuguaglianze già cresciute negli ultimi anni, soprattutto durante l’ultima crisi, dove la povertà si è estesa e la ricchezza si è concentrata nelle mani di pochi. Lo sforzo dei ripetuti decreti governativi di “ristorare” lavoratori e imprese stanno offrendo un temporaneo sollievo ma non permettono ai destinatari di guardare al futuro con certezza e fiducia. Uno degli ultimi governi aveva promesso di sconfiggere la povertà con l’istituzione del reddito di cittadinanza, misura di cui anche la Corte dei Conti ha decretato il fallimento. Se si vuole per davvero fare un’operazione di equità e di redistribuzione delle risorse nel nostro Paese la strada maestra è quella di operare una profonda e rivoluzionaria modifica dell’attuale sistema fiscale. Un sistema fiscale che equo che rappresenti la principale, se non l’unica leva per assicurare uguaglianza e sviluppo di servizi pubblici universali, come sanità e l’istruzione.

Lo stravolgimento della Legge delega del 1971

La progressività della tassazione, così come prevista dalla Costituzione all’Art. 53 , è in grado di ridurre le disuguaglianze, colpendo in misura maggiore i redditi più alti e riducendo il carico fiscale su quelli più bassi. Nel 1971 il Parlamento aveva approvato la prima legge delega al Governo in materia di imposizione fiscale, prevedendo un sistema molto progressivo per scaglioni di reddito, con 32 aliquote di cui la minima era fissata al 10% e la massima al 72%. Nel corso degli anni l’intero impianto è stato stravolto, fino all’ultima modifica del 2007 con cui sono state fissate 5 aliquote, di cui la minima al 23% e la massima al 43%. È del tutto evidente come tali riforme abbiano spostato il peso tributario principalmente sui redditi più bassi e abbiano alleggerito quello sui redditi più alti. Questa situazione ha allargato il divario tra i più ricchi e i più poveri, creando una palese disuguaglianza sociale che negli ultimi anni è cresciuta e continua a crescere tuttora.

Povertà in aumento, ma la ricchezza è nelle mani di pochi

La Banca d’Italia ha rilevato che la ricchezza finanziaria degli italiani, di oltre 4.000 miliardi, è concentrata per il 70% nelle mani del 20% più ricco della popolazione. L’art. 53 individua nella “capacità contributiva” e nella “progressività” i cardini fondamentali su cui deve poggiare il sistema tributario italiano. Oltre una certa soglia di reddito la tassazione diventa “piatta” (ovvero non cresce più) perché le aliquote si fermano allo scaglione massimo di oltre 75.000 Euro. La deduzione dal reddito lordo di redditi tassati separatamente con aliquote proporzionali (cedolare secca, proventi finanziari etc.) contribuisce a creare un sistema ancora più regressivo. Il Partito Democratico nella prima fase dell’epidemia Covid aveva proposto un “contributo di solidarietà” straordinario a carico dei redditi più elevati per il 2020 e il 2021 per fronteggiare l’aumento della povertà di famiglie e di lavoratori che avevano perso il lavoro. In un momento così drammatico per il Paese l’idea di aumentare il prelievo fiscale è apparso inopportuno. Pertanto deficit e debito sono cresciuti per fronteggiare l’emergenza, in attesa dell’arrivo delle risorse europee Next Generation EU. Sia pure in una situazione di grave emergenza il Governo ha annunciato di voler mettere mano alla riforma fiscale nel 2021.

Le tante “patrimoniali” nella storia dell’Italia repubblicana

Alcuni docenti dell’Università di Torino e del Piemonte Orientale, in collaborazione con il Centro studi Argo di Torino, hanno anticipato le mosse governative lanciando una petizione per introdurre un’imposta sulla ricchezza finanziaria posseduta dai cittadini italiani con la finalità di finanziare maggiori spese destinate al sostegno della povertà. Si tratta a tutti gli effetti di un’imposta patrimoniale, variabile, in funzione del patrimonio dei contribuenti, reale perché colpisce la ricchezza, e non il reddito che essa produce. Non sarebbe l’unica patrimoniale nella storia della nostra Repubblica. Ne abbiamo almeno una decina (IMU, bollo Auto, canone RAI, imposte sulle donazioni e successioni, l’imposta di bollo, di registro, etc.). Rispetto al 1990 il gettito derivante dalle imposte sul possesso di beni è aumentato del 400% mentre l’inflazione è cresciuta del 92%. Le prime vennero istituite dopo gli eventi bellici (Grande guerra, guerra d’Africa, Seconda guerra mondiale) per esigenze di risanamento della finanza statale. L’ultima è la patrimoniale sui conti correnti degli italiani decisa dal Governo Amato nel 1992, il famoso 6 per mille sui capitali che erano al netto delle imposte già pagate, ma il crollo della lira italiana, non lasciò altra scelta al governo di allora, anche se l’operazione si rivelò inutile perché la lira venne comunque sospesa dal Sistema monetario europeo.

I rischi dietro le pur lodevoli intenzioni della petizione “Paperoniale”

Il prelievo avvenne nella notte tra il 9 e il 10 di luglio 1992. Ma l’idea di tagliare i costi della Pubblica Amministrazione non venne in mente a nessuno. Ciò che successe in quell’anno in molti se lo ricordano. Tassi di interesse alle stelle, accesso al credito negato alle imprese, con ripercussioni sulla loro competitività a livello internazionale, svalutazione improponibile a causa dell’alto debito italiano. I tedeschi non vollero apprezzare il marco e Moody’s declassò a sorpresa i titoli di Stato Italiani. Vennero emanati decreti su pensioni ed enti locali e la spesa pubblica venne congelata ai livelli del 1992, senza aggiustamenti inflattivi o al PIL. Nel caso prospettato dalla petizione denominata “Paperoniale” il prelievo sulla ricchezza finanziaria dei cittadini non si tradurrebbe, come nei casi precedenti, in un aggiustamento dei conti pubblici, ma in un aumento di spese del bilancio dello Stato finanziato con nuove imposte. Intento pur lodevole se a beneficiarne sarebbero i poveri, ma l’esperienza ci insegna che le misure straordinarie non recano beneficio a lungo termine e che i rischi che queste risorse non producano gli effetti desiderati non sono pochi.



Posted on: 2020/11/26, by :