Recovery Fund in ritardo: non entriamo nel panico Ritornerà più che utile al governo e all’Italia

di Daniele Viotti |

|

Da giorni, anzi da settimane, molti giornali italiani descrivono il ritardo delle istituzioni UE nell’adozione del Recovery Fund, lo strumento che la Commissione Europea ha studiato per rilanciare l’economia del nostro continente colpita dalla pandemia del coronavirus. I toni con cui si annuncia questo ritardo variano dal preoccupato all’allarmato. Ma solo se non si conosce la storia e non si conoscono i complessi meccanismi di bilancio della UE si può essere realmente preoccupati. Già nel 2013 il Bilancio pluriennale attualmente in vigore fu adottato al limite delle scadenze nell’ultima seduta utile di dicembre e ogni anno l’adozione del bilancio si trasforma in una “procedura barocca” (parole del mio ex Presidente di Commissione Bilancio al Parlamento Europeo, l’ex ministro delle finanze francese Jean Arthuis) fatta di continui tira e molla, proposte e controproposte, rilanci e ribassi. Insomma una vera e propria trattativa come ve la potete immaginare. Certo quest’anno è diverso: la posta in gioco non è solo economica, ma politica. Di mezzo c’è una modesta riforma sulle voci di entrata del bilancio comunitario che però deve essere votata da tutti i parlamenti nazionali e soprattutto il meccanismo di condizionalità sullo stato di diritto. È quindi naturale che i tempi siano ancora più lunghi, ma chi conosce i procedimenti legislativi europei sa che la politica non si fa con l’orologio in mano. Occorrono tempo, pazienza, metodo e “comune sentire” di voler raggiungere il miglior accordo possibile. Ma questo allungamento dei tempi non è detto che sia per forza un male per il nostro Paese.

La presentazione dei piani programmatici scade il prossimo 30 aprile

Per capirne le ragioni dobbiamo anzitutto ricordare che non stiamo parlando dell’attivazione di una sorte di bancomat a cui i Governo potranno accedere per “prelevare” quanto serve, ma di un complesso meccanismo di finanziamenti di progetti che aumentino l’occupazione, aiuti il mondo delle imprese e come obbiettivi si dia una transizione ecologica e digitale profonde. Si tratta insomma di progetti concreti che dovranno essere letteralmente costruiti. Ecco perché, anche se siamo preoccupati dei tempi delle trattative, in realtà i governi nazionali hanno tempo fino al prossimo 30 aprile per presentare i loro piani di rinascita e resilienza. C’è tutto il tempo, insomma. Anzi. Probabilmente tutto questo tempo ci tornerà utile, parafrasando un celebre libro. Ci tornerà utile, tornerà utile al Governo, per coinvolgere le organizzazioni sindacali e datoriali, gli enti locali e le regioni, le organizzazioni culturali e sportive per scrivere un piano che sia di grandi investimenti ma di ricadute molto locali. Utile non solo per fare l’elenco dei lavori e degli interventi necessari ma per disegnare un’Italia diversa in cui per esempio lo smantellamento della sanità territoriale, concausa della diffusione del virus specie nella prima fase, diventi il paradigma e il modello del tipo di politica da abbandonare per tornare ad investire nelle città piccole e nella cosiddetta provincia.

In Europa vige la regola dell’n+3 per la data di partenza dei progetti

Ripartendo soprattutto da lì. Tornando a investire nella sanità e nella cultura, nella scuola e nel trasporto pubblico locale delle città, delle province, delle valli e dei paesi. Dando tutti gli strumenti per offrire i medesimi servizi e le medesime opportunità dei nostri capoluoghi ai cittadini e soprattutto agli imprenditori. Oltre alle misure e agli incentivi già messi in campo dal ministro Gualtieri (penso al super bonus che se ben utilizzato darà una spinta mai vista al settore dell’edilizia) gli investimenti dovranno concentrarsi soprattutto, lo diciamo in tanti da tempo, sulla cura del territorio, sulla digitalizzazione del paese e, questa potrebbe essere una novità, una differente evoluzione della logistica e del trasporto anche delle merci. Allora prendiamoci questo tempo, senza cadere nel panico per il ritardo di qualche settimana di un piano che ha una prospettiva di investimenti per i prossimi sette anni (il Recovery Fund terminerà nel 2024, ma in Europa vige la regola dell’n+3: si possono far partire i progetti fino al 2024 e ricevere i famosi 209 miliardi di euro anche negli ulteriori tre anni).

P.s.: Non dimentichiamoci che per quanto riguarda la vera emergenza finanziaria (cioè il pagamento soprattutto della cassa integrazione) la Commissione Europea ha già messo in campo, e soprattutto finanziato raccogliendo i fondi sul mercato, il piano SURE che, notizia data proprio ieri dalla presidente Von der Leyen, arriverà prestissimo in ordine a Italia, Spagna e Portogallo.



Posted on: 2020/10/23, by :