“Storia della sanità”, capitolo IV:
3000 a.C., l’uomo scopre il diritto alla salute…

di Emanuele Davide Ruffino
e Germana Zollesi |

|

Già nel 3000 a.C. vi sono evidenze di come la cultura indiana e cinese abbiano tentato di affrontare il problema della salute, non solo a livello del singolo individuo, ma come organizzazione sociale nel tentativo di assicurare un migliore livello di assistenza e cura.



2.500 anni fa il primo testo della medicina cinese

Cina L’approccio al problema salute, nella Cina antica, fu contrassegnata da un insieme di procedure, concretizzatosi per ristabilire l’equilibrio tra yin e yang e sul lato pragmatico con l’arte di ridurre le fratture tramite appropriati massaggi e poi steccando l’arto con bastoncini di bambù (pratica ancor oggi ampiamente diffusa), nel praticare una specie di vaccinazione contro il vaiolo, tramite insufflazione nasale di croste di pustola vaiolosa seccata e polverizzata. Con l’agopuntura, poi, il corpo umano veniva interpretato non solo come un sito aggredito da una forza maligna ed estranea, ma come un’organizzazione complessa di elementi interagenti. Il primo testo che codifica la medicina cinese risale al 2500 a.C. circa, è il “Nei Ching”, il canone di medicina interna scritto da Huang Ti, l’imperatore Giallo, mentre è del 1500 a.C. l’U’Pai I Ts’ang Chien Chien, in cui sono contenuti sia nozioni di anatomia e fisiologia umane, sia i principi dell’agopuntura. Pochi secoli dopo, ma pur sempre millenni prima della penicillina, si comincia ad elaborare un latte di soia ammuffito per la cura delle infezioni e delle pustole.

Ai cinesi va inoltre il merito di aver introdotto, primi di altri, la rilevazione del polso (catalogando ben 200 tipi differenti, tra cui 21 considerati indice di esito letale) e di aver sistematizzato le modalità di utilizzo delle erbe medicinali. L’imperatore Sheng Nung, considerato il padre dell’agricoltura cinese, non si limitò a insegnare come coltivare e come aumentare il raccolto (già di per sé costituenti un contributo al benessere generale), ma istruì il popolo ad identificare le erbe ad uso terapeutico. Nel più antico trattato cinese sui farmaci, “Pen T’sao”, si rileva come la possibilità di procurarsi farmaci non era lasciata a sofisticate pratiche stregonesche, ma veniva estesa a tutta la popolazione, incentivando la coltivazione delle piante ritenute idonee per le cure. Sono i cinesi i primi ad intuire come la canapa indiana potesse risultare un farmaco particolarmente importante, dotato, com’è nella filosofia cinese, contemporaneamente di qualità yin (femminili) e yang (maschili).

Tale sostanza fu utilizzata per combattere la gotta, i reumatismi, la malaria, la stitichezza, i dolori mestruali etc. Nell’immaginario collettivo la medicina cinese è nota per aver fatto un ampio uso di aghi che nell’intervenire direttamente sul corpo o parti di esso, riescono a ristabilire l’equilibrio (restaurando cioè una corrispondenza tra l’uomo e la natura). In Cina, come in India, da secoli si fa gran uso di oppio: il farmaco più usato contro molti disturbi e malattie. Praticamene una panacea: va però sottolineato che raramente (se non in epoca moderna) per un uso puramente voluttuario. Intuita l’importanza, in India, durante la dinastia Moghul, si creò un monopolio di stato per la coltivazione del papavero e la vendita di oppio.

Dalla conoscenza medica tibetana all’impostazione buddista

All’inizio della sua storia millenaria, in India, si andò affermando il concetto (riscontrabile anche in altre società) che la guarigione delle singole patologie fosse solo una fase, temporalmente limitata, di una guarigione più ampia e radicale coinvolgente l’essere umano nella Sua globalità. In particolare, per i Tibetani, tutta la conoscenza medica era da ricondurre ad un’origine sacra attribuita direttamente a Buddha che insegnò a Brahama (il Buddha Kashyapa, il terzo nella linea dei Buddha). L’impostazione buddista porta a considerare l’essere umano come originariamente perfetto e quindi distaccato dai bisogni terreni. Nella prima parte del ciclo temporale del nostro universo, l’uomo non aveva, infatti, bisogno di mangiare e non si ammalava, ma poteva vivere in un totale stato di profonda meditazione. La storia narra che un giorno un po’ di bitume cadde sulla Terra ed un uomo, che fino ad allora aveva vissuto con tutti i suoi simili in uno stato di perfetta armonia, lo raccolse e, come accadde ad Adamo, non resistette alla tentazione di mangiarlo e si ammalò.

Si ruppe così l’incantesimo e l’indigestione fu il primo male nella cultura buddista. Il dio Brahama, apprendendo della malattia dell’uomo, provò compassione e volle subito curarlo. Istantaneamente Brahama ricordò un insegnamento di Kashyapa Buddha: l’acqua bollente per curare le indisposizioni digestive. L’uomo guarì dando così origine ai processi di cura presso le popolazioni tibetane. L’acqua bollita rimase per secoli il rimedio principale per curare ogni tipo di disturbo digestivo, ovviamente acqua andava bollita per purificarla. Il rito conferiva sicuramente un effetto placebo e, nel contempo, permetteva una, quanto mai auspicabile, sterilizzazione.

Queste prime esperienze portarono alle “Leggi di Manu”, praticamente un codice di igiene e a realizzare la prima scuola di infermieri. Nel “Susruta Samhita” si legge che “una buona infermiera è colei che è dotata di una mano ferma e di un temperamento gentile, che non parla mai male di alcuno, è robusta, presta attenzione alle esigenze degli ammalati e si attiene rigorosamente alle istruzioni del medico”. La Sacralità della funzione terapeutica era confermata da un continuo riferimento a fonti teologiche, e ciò permise all’arte medica buddista di acquisire una notevole importanza all’interno della società indiana, raggiungendo conoscenze e contenuti di elevato livello e raffinatezza.

A testimonianza di questa specializzazione era la trapanazione del cranio, praticata già in uso in India e Cina e poi continuata dai Greci e in molte collettività europee e precolombiane. La trapanazione del cranio ha origini antichissime. Le prime tracce di trapanazione in crani preistorici risale a circa 100.000 anni fa: la curiosità di vedere cosa frulla nella testa dei propri simili dev’essere un desiderio primordiale cui anche i nostri avi non sapevano proprio resistere!



Posted on: 2020/06/30, by :