Storia della sanità, capitolo IX:
l’avveniristica medicina sulle rive del Nilo

di Emanuele Davide Ruffino
e Germana Zollesi |

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Omero (XII secolo a.C.) nell’Odissea rilevava che: “In Egitto ci sono gli uomini più esperti di medicina di tutto il genere umano” e secoli dopo Erodoto (484 – 425 a.C.), nelle sue Storie, riferiva come l’Egitto fosse “pieno di medici”. Bastano queste osservazioni per capire il rispetto e l’influenza che gli egiziani manifestarono sul pensiero medico dei greci.

Come la maggior parte delle occupazioni nell’antichità anche la professione cominciò con l’essere tramandata di generazione in generazione. Da una gestione strettamente familiare si passò a ricercare soggetti ritenuti idonei, ancorché non strettamente legati da un vincolo familiare, per poi passare a professionisti con un’adeguata preparazione forgiata su apposito iter didattico e referenziale. Da queste esperienze nascono forse le prime forme di facoltà di medicina, al tempo denominate “case della vita”.

Nel corso dei secoli, le “case” passarono da luoghi di scambio di informazioni tra addetti alla stessa professione, fossero essi sacerdoti o laici, a luoghi di formazione e poi anche di ricerca. A loro era anche richiesto di raccogliere e sistematizzare le conoscenze acquisite: anche all’epoca una “pubblicazione” doveva avere un certo prestigio. Anzi si può immaginare una certa concorrenza tra le case della vita aggregate ai templi e quelle completamente laiche nell’avvalorare e nel proporre le soluzioni più efficienti.

La codificazione della formazione portò i medici ad organizzarsi in un sistema caratterizzato da diversi livelli di competenze. Si andò così a creare una specie di medicina di base accessibile a gran parte della gente, essendo state previste apposite sovvenzioni pubbliche. A testimoniare l’esistenza di questo primo sistema sanitario pubblico è una testimonianza dello storico greco Diodoro Siculo (91 – 27 a.C.): “Durante le campagne militari e i viaggi all’interno del paese tutti ricevono gratuitamente trattamenti terapeutici: infatti, ì medici sono mantenuti a spese pubbliche”. I livelli più alti della gerarchia medica si sviluppavano su due linee di riferimento, anticipando gli attuali possibili sviluppi della carriera medica: una, incentrata sulla superspecializzazione professionale un’altra sulla capacità di coordinare e ricercare le diverse attività sanitarie.

Gli amuleti contro ogni forma di patologia

Nell’antico Egitto già si erano sviluppate entrambe le tipologie di carriera: quello dalla maggiore competenza clinica (come il maestro medico o capo dei clinici), e quella dove prevalevano le funzioni di controll ed audit. Ancor oggi gli amuleti degli antichi egizi, come lo scarabeo, vengono venduti ai turisti riecheggiando le loro capacità di tenere lontane le malattie (ad incuriosire era l’abitudine si sparire e riapparire: come fa il sole). Tale fama è il ricordo di una fiorentissima industria di amuleti, che fiorì nell’antico Egitto: forse la prima industria di presidi sanitari che riuscì ad esportare i suoi prodotti anche presso altri popoli. Scambi tra gli antichi di prodotti farmaceutici probabilmente erano già avvenuti anche nelle società primitive e che in Sud America esisteva già una cultura farmaceutica prima del sorgere delle civiltà nel vecchio continente. Quello che contraddistinse gli egizi è però la diffusione e la dimensione del fenomeno e sul piano più propriamente tecnico, la scoperta che l’alcool scioglieva gli alcaloidi vegetali contenuti nelle piante, molto meglio dell’acqua e ciò permise di utilizzare il vino per formulare veri e propri rimedi sciropposi. (Vino e aceto erano i disinfettanti per eccellenza, grazie al loro contributo alcolico, ma molto utilizzato era anche il miele che provoca una stasi nella crescita dei batteri, limitando così il propagarsi dell’infezione).

Ai primordi delle specialilizzazioni

Impressionante fu la produzione egiziana di amuleti, sia in termini quantitativi che per originalità: ne produssero di tutti i tipi e per tutte le tasche. Da quelle confezionate con le pietre preziose a quelle ricavate da umili pietre, ma tutte rispondevano allo scopo di aiutare la persona che soffre a ritrovare un appiglio e sperare di superare la malattia. Vi era addirittura una specializzazione, in quanto ogni amuleto rispondeva a precise esigenze, così come ogni malattia poteva vantare un suo specialista. Erodoto riferisce che sulle sponde del Nilo “ognuno era medico di una sola malattia e non di più, quelli della testa, quelli dei denti, quelli delle malattie intestinali, e quelli delle malattie incerte”. Il processo di specializzazione portò anche a definire figure ausiliarie riconducibili agli infermieri, come testimonia una pietra calcarea, prodotta durante il regno di Ramsete II. La specializzazione si spinse a dedicare singoli professionisti allo studio esclusivo di una patologia o più esattamente di singoli organi e apparati: fino al punto di far dire che vi era il medico dell’occhio sinistro e il medico dell’occhio destro. Sicuramente un’esagerazione di qualche storiografo greco ma i papiri ritrovati parlano espressamente del medico del naso, del medico dell’addome, del guardiano dell’ano (un moderno proctologo) ed, indubbiamente il medico degli occhi. Ed ovviamente ad ogni specialità veniva associata una specifica divinità.

Azioni terapeutiche, igiene e prevenzione nell’antico Egitto

I quattromila anni di storia dell’antico Egitto hanno abbracciato un’infinità di atteggiamenti rivolti al problema salute, passando da una tradizione mantica, derivata dalla Mesopotamia (soprattutto nel periodo Tolemaico dove maggiori erano le influenze degli Assiri e dei Babilonesi, i primi a sviluppare una certa pratica nella cura delle ferite e nelle fratture) agli ebrei (i primi a sviluppare la circoncisione e i salassi: forme primordiali di chirurgia per così dire “indiretta”, cioè non più indotta da un fatto traumatico, ma come prototipi di azioni terapeutiche, se non anche di igiene e prevenzione) all’elaborazione di una medicina di tipo “ermetista”. L’imperscrutabilità della medicina portò inevitabilmente a definire una conoscenza basate su complesse trame portando a definire una “medicina ermetica” basata su sapienze magiche, necessariamente sconosciute ai più e che pongono l’accento sul ruolo del sogno, degli incantesimi, delle pratiche terapeutiche incentrate sull’imposizione delle mani o su altri gesti magici.


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