“Storia della sanità”, capitolo VII:
Babilonia, primi passi verso la medicina occidentale

di Emanuele Davide Ruffino
e Germana Zollesi |

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Forse la più antica testimonianza pervenuta su un’iniziativa, già definibile, di “polizia sanitaria” è costituita da una corrispondenza del re babilonese Mari-Zinri-Lim, datata intorno al 1780 a.C.:

“Ho saputo che la Signora Nannamè, sebbene affetta da una piaga con fuoriuscita di materia, s’intrattiene nel palazzo e frequenta numerose donne. Devi proibire rigorosamente a chiunque di sedersi sulla sua sedia o di coricarsi nel letto. Ella non deve stare a contatto con tutte queste donne… Poiché molte donne rischiano, a causa sua, di contrarre la malattia purulenta in questione, occorre isolarla in un ambiente a parte”.



L’arte dell’aruspicina: i segni nelle viscere degli animali

Ai babilonesi è da attribuire se non l’invenzione, sicuramente la messa a punto dell’arte della “aruspicina” intesa come capacità dell’uomo di interpretare i segni presenti nelle viscere degli animali, stabilendo una corrispondenza fra più piani di riferimento: il divino, il cosmico e l’umano. Il ripetere continuamente le osservazioni degli organi durante i sacrifici portò a minuziose rilevazioni che hanno costituito le basi per le prime rudimentali conoscenze anatomiche.
Si trattava di un primo approccio alla cosiddetta medicina sapienzale dove il medico, anche se sacerdote, non è più un mero interprete o intermediario del potere divino, ma le sue capacità derivano da un sapere costruito su una preparazione specifica. La particolarità delle varie regioni dell’organo, inizialmente indicavano la decisione degli Dei, predicendo così lo svolgimento imminente degli avvenimenti, ma con l’andare del tempo, insegnò agli uomini, quali caratteristiche avevano le acque e i cibi di cui gli animali si cibavano, aiutando a scegliere le colture da potenziare.

Vittime sacrificali per dialogare con il soprannaturale

Tale arte si ritrova in tutte le popolazioni che abitavano zone paludose dove maggiore era la necessità di studiare il territorio su cui insediarsi. In particolare gli Etruschi erano riusciti a portare la consultazione delle viscere ad un elevato livello di raffinatezza. In generale, in quasi tutti i popoli antichi il sacrificio ha rappresentato, sia pur con diverse varianti, la principa1e fonte di divinazione. A spingere verso questi riti è la possibilità di attirare l’attenzione degli Dei nel momento della consacrazione della vittima: un atto straordinario, fuori dalla natura (anzi per molti versi innaturale) per collegarsi con ciò che naturale non è: il mondo del soprannaturale.
Da ciò discende la possibilità che il comportamento della vittima e sue particolarità nascoste, fossero la risposta che gli Dei davano per dialogare con gli uomini. Si cominciò così a studiare il comportamento della vittima, mentre la si portava all’a1tare per l’estremo supplizio (e poco conta che si trattasse di animale o di essere umano), o tramite il crepitio delle carni sul braciere, il colore della fiamma o il modo in cui il fumo si levava verso il cielo. Da questi segni esteriori si passò ad analizzare le risposte criptate degli organi espiantati alla vittima che custodivano il desiderata degli Dei. Si tratta di un processo di specializzazione: dove girava il fumo era visibile a tutti, espiantare un organo ed interpretarlo occorreva una maggiore specializzazione, riservata solo a pochi esperti.

L’epatoscopia: prima e seria lettura dello stato del fegato

Nell’area babilonese sono state trovate le cosiddette tavolette di Assurbanipal che rilevano una particolare attenzione agli studi di Odontoiatria, ancorché con scarsi risultati: si arrivò alla conclusione che la carie dentale era provocata dai vermi. Ancor più numerosi sono stati i ritrovamenti di modelli di terracotta raffiguranti il fegato unico organo capace di una rigenerazione quasi totale: per questa sua caratteristica è diventato il simbolo di perseveranza) su cui erano riportate ripartizioni oracolistiche eseguite per specificare le zone d’interesse predittivo.
La lettura del fegato o di altre parti di interiora di animali è una costante che si ritrova in più civiltà e rappresenta un rudimentale tentativo di collegare un fatto reale con un volere soprannaturale: forme di epatoscopia si ritroveranno anche presso gli etruschi (maestri nell’arte divinatoria: a Piacenza venne scoperto un modello di bronzo del fegato di un montone, risalente all’incirca al 100 a.C. contenente un certo numero di incisioni) e da questi alla civiltà romana, ma anche nell’Antico Testamento, il fegato serve per collegare volontà divine con comportamenti reali. Nel libro di Tobia, VI 4 – 166:1, il fegato di un giovane partì insieme con l’angelo e anche il cane li seguì e s’avviò con loro. Camminarono insieme finché li sorprese la prima sera; allora si fermarono a passare la notte sul fiume Tigri.

L’osservazione anatomica degli organi

Sebbene avesse finalità religiose/divinatorie, l’epatoscopia indiceva ad un esame attento di tutte le caratteristiche del viscere e per questo viene considerata la “madre” dell’osservazione anatomica scientifica e della stessa scienza medica. Secondo i primi studi di anatomia il fegato era considerato il luogo d’origine del sangue e, pertanto, della vita stessa. Notevole importanza avevano anche altri organi quali i lobi, alla cistifellea, all’appendice e alle dimensioni che questi organi assumevano. Ad esempio, se la cistifellea era ingrossata dal lato destro, ciò era indice di una crescita della potenza militare, viceversa se era ingrossata sul lato sinistro, voleva dire che le cose stavano volgendo a favore dei nemici. Le misure del condotto biliare erano invece collegate con la lunghezza della vita di chi aveva richiesto il rito divinatorio.



Posted on: 2020/07/13, by :