“Storia della sanità”, capitolo V:
L’età degli Inca e le prime farmacie

di Emanuele Davide Ruffino
e Germana Zollesi |

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L’antropologo Dillehay individuò quella che sicuramente può essere considerata la più antica farmacia di cui si abbia conoscenza: siamo nel Cile in una località chiamata Monte Verde, e come testimoniano alcuni frammenti di alghe, datati fra 14.220 e 13.980 anni fa, già si commercializzavano preparati a scopo terapeutico.



Protopsicoterapeuti nelle civiltà andine

La medicina andina tendeva a considerare l’uomo come parte integrale della Natura intesa questa sia come manifestazione evidente (Hanan) sole, luna, sia come energia cosmica o come energia tellurica (Hurin) intesa come energia Interna. La rottura dell’equilibrio di queste relazioni era particolarmente percepibile in caso di fulmini, di arcobaleno o dei venti che scivolano sulle Ande. Una disarmonia di queste forme portava inevitabilmente l’insorgere di malattie. Il compito dei guaritori era quello di gestire queste energie chiamate Kallpa partendo dall’osservazione del malato e facendo largo uso delle premonizioni e della chiaroveggenza.

Oltre alle pratiche cosmiche gli andini e in particolare gli Inca svilupparono elaborate conoscenze nell’erboristeria, nella mineralogia, nella zoologia e nella biofisica quale presupposto per la preparazione di farmaci. Associati a questi rimedi le civiltà andine svilupparono probabilmente raffinate conoscenze nell’uso delle conoscenze della cromoterapia, e dell’aromaterapia e più in generale di tutta l’arteterapia (canto, danza e musica) per risolvere i problemi fisici e spirituali, aiutando cosi il paziente a ristabilire l’equilibrio con la natura. Le forme più evolute di quest’approccio portarono a far ricorso a pratiche d’ipnosi o a praticare massaggi a scopo terapeutico o semplicemente di relax.

Scopo degli uomini di medicina era principalmente quello di acquisire le conoscenze su come vivere bene e in armonia con la natura sia nella vita terrena che in quella dell’aldilà preparando quindi l’assistito al fatal trapasso. Queste necessità portavano a far ricorso frequente a pratiche accostabili alle moderne sedute psicoterapiche. Per gli andini infatti l’origine di ogni malattia presupponeva un disturbo spirituale o mentale, origine a sua volta del disturbo fisico.

Ad esercitare queste arti potevano accedere solo persone adeguatamente preparate ed iniziate a tali compiti. L’apprendistato durava molti anni, durante i quali gli studenti imparavano dai grandi maestri che, in genere, erano rappresentati come fulmini o trombe d’aria, per sottolineare la loro vicinanza ai fenomeni meteorologici. Si partiva con l’insegnare le forme di guarigione più semplici, per giungere ad apprendere i poteri extrasensoriali, i meccanismi della vita e della morte, il percorso dell’energia e l’arte di riportare l’equilibrio in una persona.

Medicine antiche: tra attese sproporzionate e tragiche delusioni

Spesso si esprimono giudizi pro e contro le medicine provenienti dall’estremo oriente lasciandosi spesso condizionare da aspetti esteriori non basati su criteri scientifici. Il risultato è che si vengono a consolidare visioni manichee che se da un lato creano aspettative sproporzionate, da un altro non riescono a cogliere gli aspetti positivi che quelle medicine possono produrre, ma soprattutto non si formalizzano criteri per distinguere l’elaborazione di saperi millenari, da operazioni di dubbia validità.

Il metodo scientifico basato sulla ripetitività delle prove e sulla razionalità dei ragionamenti può sicuramente fornire la bussola in uno scenario che appare confuso e offre spazio a interpretazioni di vario genere. Il sapere acquisito dalle millenarie culture dell’oriente, costituisce cioè un patrimonio a disposizione dell’umanità, anche se non è, sic e simpliciter, una garanzia di affidabilità delle soluzioni adottate. Queste conoscenze possono però essere sottoposte al vaglio delle scienze non solo mediche, ma anche di discipline che possono offrire un contributo per la spiegazione dei fenomeni quali la psicologia, la sociologia, l’economia etc., in grado di fornire spiegazioni razionali e di indirizzare l’utilizzo delle conoscenze antiche verso applicazioni di provata efficacia.

Così procedendo, si evita che improvvisatori e conoscitori superficiali della materia ne attuino un uso improprio: nelle società occidentali il fascino dell’oriente ha sempre esercitato una notevole attrazione ma questa capacità d’indurre interesse non deve trasformarsi in mere occasioni di business, ma costituire una reale occasione di crescita culturale e antropologica. In questo scenario, la riscoperta delle medicine orientali non deve porsi come una moda, dal sapore un po’ esotico che si affaccia sul panorama un po’ caotico delle realtà del mondo occidentale, ma soluzioni reali per quanto concerne l’approccio ai problemi connessi allo stato di salute, in quanto trattasi di un sapere millenario e sperimentato sin dai tempi più antichi su milioni e milioni di persone.



Posted on: 2020/07/01, by :