Storia della sanità, capitolo XIV: i templi ospedali

di Emanuele Davide Ruffino
e Germana Zollesi |

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La vicinanza tra medicina e religione è tale per cui le prime forme organizzate di ricovero per malati li troviamo “incorporate” all’interno dei templi. Se i sacerdoti erano in grado di guarire, era logico che chi soffriva tendeva ad avvicinarsi al tempio nella speranza di ricevere cure. Diversamente che gli Egizi, che facevano “uscire” la medicina ufficiale dai luoghi sacri, i Greci si orientarono maggiormente a sviluppare luoghi specifici ed attrezzati all’uopo (diverso era invece l’atteggiamento che si sviluppava in Oriente, dove una cronaca cingalese del IV secolo a.C. dà notizia di un ospedale “per uomini e animali” a Ceylon nel 437 a.C.



“In nome degli Dei è vietato l’ingresso alla morte”

Sotto i 74 metri di porticati jonici del tempio di Epidauro, una folla di malati si ritrovava, in ogni periodo dell’anno, per invocare il favore della divinità. L’iscrizione “In nome degli Dei è vietato l’ingresso alla morte” non impedì, tuttavia, una volta intuito il business connesso agli aspetti terapeutici, di trasformare il Santuario in una specie di gran bazar. Il divieto d’ingresso alla morte rappresentò soprattutto la manifestazione dell’inconscio collettivo di poter abbattere la barriera che segna il confine tra la vita e la morte stessa, dove il mago/medico, con la sua capacità simbolica, diventò lo strumento per sconfinare dalla realtà e abbracciare il mondo illusorio del mito.

Un’altra iscrizione permette di evidenziare la concorrenzialità creatasi tra le attività offerte nei templi e i medici “empirici” dediti soprattutto alla chirurgia: “Eratocle di Trezene, affetto da ascesso purulento, stava per farsi cauterizzare dai medici; ma durante il sonno il dio gli apparve e gli ordinò di non farsi cauterizzare, ma di andare a dormire al tempio di Epidauro…”. Era l’eterna lotta tra gli interventisti e gli attendisti: le pratiche dell’epoca e la mancanza di anestetici consigliavano probabilmente la seconda soluzione, anche se va precisato che già nell’antica Grecia e poi a Roma molti chirurghi erano già in grado, ad esempio, di praticare incisioni e posizionare scaglie di metallo nelle orecchie dei pazienti per cauterizzare il padiglione auricolare per il trattamento del mal di schiena.

L’esperienza degli Abaton

I templi però fornivano tutt’altro fascino e articolazione. Supporto all’attività assistenziale del tempio era dato da un dormitorio detto “Abaton”, che forniva un rifugio ai pazienti, da un bagno nelle acque di fonte (indispensabile per essere poi ammessi al tempio propriamente detto), dall’effetto positivo delle acque termali (abbondanti nella zona), dalla presenza di una piscina e di una palestra, dall’uso delle erbe medicinali, dalla pratica dell’ipnosi, dalle musicoterapie e soprattutto dalla suggestione purificatrice creata con esorcismi e con spettacolari cerimonie con cui si conquistava la fiducia dei pazienti (non ultima l’apparizione in sogno, incubatio, delle divinità protettrici). Le iscrizioni presenti, specie sulle steli del tempio, ricordano anche casi di prestazioni cliniche e chirurgiche nonché i primi compensi, costituiti da volontarie donazioni in natura da parte dei pazienti.

Templi famosi per l’esercizio delle arti mediche furono quelli di Cirene, Epidauro, Rodi, e Cnido, dove si svilupparono approfonditi studi sulla ripartizione e specificazione degli stati morbosi, in alternativa allo sforzo organico e sintetico della scuola di Cos. In questi abaton si svilupparono le prime esperienze di chirurgia praticata dell’epoca moderna, anche se l’intervento terapeutico rappresentava, in genere, solo la fase terminale di una complessa preparazione psicofisica del paziente. Materialmente le operazioni chirurgiche venivano eseguite in grandi ambienti a forma di corona circolare solitamente suddivise con pareti lignee prive di finestre ma che prevedevano sistemi d’aerazione e ventilazione. In questi luoghi il paziente, dopo aver ingerito bevande alcoliche, in genere a base di erbe, veniva operato su tavole di legno, molto simili agli altari, esaltando così la sacralità dell’atto.

Il pensiero aristotelico sulla “Sanità pubblica”

Furono di questo tipo le strutture chiamate a gestire la Sanità fino al V secolo a.C. quando, anche se molto lentamente, i miti tradizionali permisero un avvicinamento all’esperienza e ad un modo di pensare basato su dati e immagini concrete. Nuove teorie filosofiche fornirono un substrato culturale idoneo a un primo distacco della scienza dalla superstizione: dominare la natura cominciò a divenire una sfida esaltante. Superato l’alone di mistero in cui l’immobilismo ieratico aveva racchiuso i fenomeni fisici, si cominciò a soddisfare i primi desideri di analisi, ricercando, con il supporto di dati oggettivi e di un linguaggio razionale, principi e regole nei dati forniti dalla natura.

Il mito rappresentò per i Greci antichi un complesso di elementi immediati non filtrati dalla ragione, ma accettati in virtù di uno sforzo del sentimento e della tradizione: ma proprio la necessità di giustificarli diede avvio a un’analisi critica che portò il “logos”, attraverso un lavoro di razionalizzazione, a una presa di coscienza della verità nelle varie scienze, disciplinando il conoscere umano. Aristotele, oltre che per l’impareggiabilità nel campo filosofico, è passato alla storia anche per aver individuato un severo metodo di ricerca scientifica e di conoscenza della realtà naturalistica. Fu Aristotele a definire la “concezione finalistica della natura” per cui ogni organo del corpo umano è perfetto in quanto creato per rispondere ad una precisa finalità ed il medico è chiamato innanzi tutto a rispettare un ordine soprannaturale che si manifesta attraverso l’armonia della natura. Questa presenza divina e sublime nel trattare il corpo umano fu poi fatta propria dal cristianesimo, trasformandolo in una vera e propria verità incontrastabile.

Sul piano pratico è da ricondurre ad Aristotele elaborazione di alcuni “Criteri di Sanità pubblica” rivolti soprattutto ad individuare le condizioni ottimali per un insediamento urbano (un ambientalista ante litteram): l’osservazione delle viscere degli animali che già vivono in una zona, il clima temperato, l’acqua sana delle fonti, la fertilità dei terreni per garantire un nutrimento adeguato, sono elementi essenziali nell’individuare i luoghi ove edificare una città, che Aristotele individuò e codificò, in forma scientifica e non solo come esperienza tramandata. D’altronde l’estispicina (l’analisi delle interiori degli animali sacrificati) è già riportata nell’Antico Testamento e poi nella Bibbia. Nella Genesi XLIV, 5,12 si narra della coppa per la divinazione di Giuseppe trovata nel sacco di Beniamino; in Numeri XXII, 7, si racconta che gli anziani di Moab e Midian si recarono da Balaam con i resti del rito divinatorio nelle loro mani; in Ezechiele 21:26: “Infatti, il re di Babilonia è fermo al bivio, all’inizio delle due strade, per interrogare le sorti: agita le frecce, interroga gli dei domestici, osserva il fegato”.

Tra scienza e filosofia

La ricerca di scientificità nei Greci antichi si riscontra anche in altri campi della vita umana paralleli alla sanità: l’attenzione con cui si seguirono l’atletica e la scultura, contribuì a potenziare gli studi sul corpo umano. Gli esercizi fisici rappresentarono anche una metodologia terapeutica: Erodico di Selimbria aveva tentato di guarirsi con la ginnastica e nelle Epidemie (6.3.18.) lo si burla per aver ammazzato i febbricitanti imponendo loro dosi enormi di esercizi fisici e di bagni caldi. Sia pure al solo scopo di vincere una corsa o di erigere statue, si cominciò a osservare il fisico umano senza teorie precostituite, ma con la volontà o la necessità dell’esperimento. La medicina cominciò così a liberarsi dai presupposti cui soggiacevano altri rami della scienza, sostituendo il tradizionale cerimoniale dell’esoterismo magico con le prime forme di terapia.

Il mettere ordine tra gli elementi non era più un problema che spaventava i grandi pensatori greci, anzi è stato questo il punto di partenza di molti ragionamenti. Ad aiutare il pensiero dell’uomo in questa fase è stato l’intimo rapporto con la religione: i medici, come i sacerdoti, trattavano i problemi della natura e dell’origine delle cose. Atteggiamento che trova perfetta sintesi nell’espressione di Talete “tutte le cose sono piene di Dei”. Per i greci il mondo degli Dei e quello degli uomini è uno solo e, di conseguenza, studiare il lato divino o quello fisico risponde alla stessa esigenza. Da questo presupposto nascono, ad esempio, gli studi di Anassimandro, quando osservò come la similitudine tra la struttura dei pesci e quella degli esseri umani, anticipando la teoria evoluzionistica di Darwin sulla possibilità che la vita derivasse dal mare e che le specie superiori derivano da quelle inferiori.



Posted on: 2020/09/16, by :