Storia della sanità, capitolo XV:
e venne il giuramento di Ippocrate

di Emanuele Davide Ruffino
e Germana Zollesi |

|

Il compito dei medici greci si andò a focalizzare sullo studio delle cause endogene ed esogene del disordine del corpo umano, impostando un sistema di ricerca basato sul metodo scientifico, che ha permesso d’individuare la sequenza diagnosi-prognosi-terapia, tentando di superare la pretesa di curare e guarire senza l’acquisizione di dati empirici.

È questo il periodo di Ippocrate di Coo (479-399 a.C.) autore, o presunto tale, di una raccolta di opere che vanno sotto il titolo di “Corpus Hippocraticum”, divenute poi il simbolo dell’origine dell’affermazione scientifica e culturale della medicina, in quanto con gli studi ippocratici la medicina diventa tecnica. A lui viene attribuito il giuramento cui dovrebbe attenersi tutti i medici. Qualunque sia la sua origine (la più antica testimonianza pervenuta è quella di Eroziano, nel I Secolo dopo Cristo che lo attribuisce direttamente a Ippocrate) il documento racchiude le basi filosofiche e morali dell’arte medica. L’esigenza d’arginare la pratica della tecnica e la bramosia del sapere dentro confini etici, viene concepita non solo come necessità di non nuocere a livello fisico ma come stile di vita, dentro e fuori, l’esercizio della professione. Dietetica, ginnastica e chirurgia diventano arti nel curare la persona, non solo, quando questa presenta sintomi evidenti, ma come studio del corpo e delle possibilità dell’uomo di intervenire in tutti i processi che lo riguardano.

Gli Dei testimoni del rispetto deontologico

Ippocrate appartiene alla dinastia degli asclepiati, una famiglia di medici sacerdoti che si vantavano di discendere direttamente dal dio Asclepio e che da questo avevano acquisito il sapere medico, tramandandoselo poi di padre in figlio. L’importanza dell’aspetto deontologico si percepisce chiaramente con l’apertura del giuramento, in cui si chiamano a testimoni gli Dei per il rispetto delle forme deontologiche. Ippocrate, grazie alla centralità della Grecia nel mar Mediterraneo, raccoglie le conoscenze acquisite da diversi popoli. Ippocrate effettuò parecchi viaggi in Egitto, Scizia (il regno degli Sciti, un’area tra la steppa del Ponto, Caucaso settentrionale e l’attuale Ucraina meridionale) e Libia e poté accedere alla lettura dei testi babilonesi. Forte di queste esperienze, raggruppò e sviluppò le nozioni fino ad allora acquisite sul trattamento empirico delle malattie. Il corpus, finì così per rappresentante tutto lo scibile medico allora disponibile, ma soprattutto andò a costituire un punto iniziale di riferimento per tutti gli studi medici.

È questa la vera rivoluzione del Corpus Hippocraticum: aver segnato l’avvio di un approccio basato sull’osservazione scientifica. Poco importa che il Corpus Hippocraticum riflettesse la “teoria umorale”, secondo cui il principale fattore patologico è il rapporto non equilibrato tra gli “umori” presenti nell’uomo e la malattia è solo uno squilibrio tra gli umori. L’impostazione della teoria umorale si fondava sul fatto che le malattie erano la conseguenza di uno squilibrio dei quattro umori, è che per ristabilire l’equilibrio umorale, occorresse diminuire o aumentare le secrezioni tenendo conto dell’età, della stagione e della parte del corpo presa in considerazione. Siamo ancora lontani dai concetti di eziologia e di terapia, ma si comincia ad affrontare il problema con una mentalità scientifica e, primo risultato, si riescono ad elaborare i primi sia pur blandi medicamenti utili. Non erano ancora veri e propri farmaci, ma si cominciava a curare.

Si affermano “i primi ambulatori”

A testimoniare la rivoluzione ippocratica sono anche le “medicatrinae”, luoghi perfezionati per praticare la medicina senza riferimenti religiosi. Erano questi dei veri e propri ambulatori, sicuramente con qualche amuleto e qualche richiamo allo sciamanesimo, ma per lo più si praticava una medicina tecnica, basata su osservazioni e interventi reali (magari non efficaci, ma che avevano la presunzione di basarsi sulla forza della ragione). Per capire lo stile e l’approccio con cui il primo grande medico della storia si apprestava ai suoi studi è utile ricordare queste sue parole:

“È necessario imparare accuratamente ogni costituzione dei periodi così come della malattia; quale elemento comune nella costituzione della malattia è buono e quale elemento comune nella costituzione della malattia è cattivo; quale malattia è lunga e fatale, quale è lunga a destinata a finire in guarigione. Con una tale conoscenza è facile esaminare l’ordine dei giorni critici e fare una previsione in base a esso. Chi conosce tali cose può sapere che cosa deve curare e anche il periodo e il metodo della cura”.

La validità di questi lavori non dev’essere certamente valutata in termini scientifici, ma nella serietà con cui questi pionieri considerassero il loro compito e come intendessero compiutamente il dovere di ricercare una perfetta congiunzione tra l’amore per la conoscenza e l’amore per l’umanità. La terapia ippocratica superò l’approccio episodico, che vedeva la malattia come un fatto isolato e, quindi, “gestibile” dal mago/stregone, per affrontare il problema nella sua globalità, tendente a integrare in un contesto comune che unisce salute e malattia, con rivendicazioni collettive e sociali d’interesse dei filosofi, degli scienziati e dei responsabili della Polis. Non stupisce, quindi, come nella scuola ippocratica grandi maestri, tra cui Pitagora, si specializzarono in dietetica, fisiologia e pedotribia (l’arte dell’educazione fisica e morale dei giovani) e avviano i primi studi epidemiologici. Pitagora inoltre può essere considerato l’inventore della musicoterapia, in quanto per primo intuì la possibilità di utilizzare le melodie per alleviare le sofferenze sia dello spirito che del corpo, ristabilendo così l’armonia e rimuovendo il male. Quest’approccio culturale presenta anche notevoli implicanze sociali: non si trattava solo di risolvere singoli episodi sanitari, ma di contribuire al miglioramento della vita dell’uomo attraverso una diversa ripartizione delle responsabilità all’interno di un’organizzazione umana della società. Quando i greci compresero che la salute dell’individuo, così come quella della comunità, dipendeva anche dalle condizioni fisiche spinsero le loro indagini anche su altri fronti, dando così origine ai primi studi antropologici, sociali ed anche storici.

Esaltazione della teoria a dispetto della pratica corrente

A questa vivacità culturale non corrispose però un’eguale attenzione pragmatica: la pulizia delle vie non avveniva per ragioni igieniche, ma solo in occasione delle feste. Per fortuna della salute dei greci, molti erano le divinità greche da festeggiare: il problema era che spesso, si pulivano solo le vie che portavano ai tempi, mentre il resto della città veniva totalmente ignorato e, poi dopo, la festa, nessuno si preoccupava più di tanto di rimuovere le immondizie. Non a caso, dopo l’occupazione, i meno classicheggianti romani, si videro obbligati a introdurre prescrizioni per combattere sporcizia e cattivi odori, oltre che proibire alcune pratiche quali, il depositare cibi intorno alle statue dei quadriviri (cibi che, per i superstiziosi non andavano assolutamente rimosse, anche quando già completamente deteriorate) oppure l’esporre le neonate sui mucchi di immondizie domestiche. Letteratura e iconografia hanno codificato un bisogno quasi sublimato di pulizia fisica e di esercizio salutare presso le popolazioni greche: senza dubbio molti greci frequentavano le palestre e prestavano, anche se per ragioni estetiche, molta attenzione al loro corpo, ma in genere non possedevano servizi per le abluzioni complete, specie nelle abitazioni private. Risultato è che nella patria della classicità, le città erano sporche, l’acqua corrente o non esisteva o era decisamente scarsa e, di conseguenza, le epidemie erano cicliche.

La controriforma medica sulle orme di Platone

L’esperienza greca, prima di essere assorbita dai romani, rischiò, però di offuscarsi con una specie di controriforma che prendeva le mosse da quella parte dell’insegnamento di Platone basato sulla convinzione che il mondo potesse essere conosciuto come un insieme razionale, dove l’infinità dei fenomeni potessero trovare una qualche regola sovraordinata e, ciò che è peggio, stabilita a priori. Tali presupposti degenerarono nel momento in cui si abbandonò lo spirito di sperimentazione e di ricerca che aveva caratterizzato l’epoca d’oro della civiltà greca. A dire il vero la medicina e la biologia furono le scienze che più resistettero all’imperativo che tutto era già scritto e che l’uomo nulla poteva. Quella di Ippocrate era la sanità delle classi agiate e ai templi vi potevano accedere solo chi poteva assentarsi dal suo domicilio per un periodo sufficientemente lungo.

Anche se non con la capillarità degli egiziani, anche i greci provarono ad organizzare una sanità periferica. Ai porti come ai mercati, si predisposero delle “medicatrinae” anche per il popolo. Sicuramente si trattava di versioni artigianali dei grandi studi, ma potevano offrire un buon reddito a chi riusciva ad imporsi sul mercato. Le tecniche applicate erano poco esoteriche, ma in base all’insegnamento ippocratico, si procedeva all’osservazione reale del paziente. Il tocco, lo sguardo, l’auscultazione costituivano il presupposto per effettuare una diagnosi. Le medicazioni e le fasciature costituivano le modalità di intervento più comuni insieme con la somministrazione di preparati farmaceutici. Si curava con le mani (e non solo con le invocazioni) e se le mani non bastavano, si faceva uso di utensili e di strumenti predisposto per un uso chirurgico. Diremmo oggi che si trattava di una medicina “mordi e fuggi”, ma proprio l’impossibilità, per mancanza di tempo, di pratiche lunghe permise di sviluppare una notevole praticità da parte degli addetti.



Posted on: 2020/09/20, by :