Storia della sanità, capitolo XX:
nell’antica Roma nascono i primi ospedali

di Emanuele Davide Ruffino
e Germana Zollesi |

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Se i medici a Roma non ottennero subito grande successo è anche perché funzionava decisamente bene la centralità della famiglia cui si affiancò, fin dai primordi dell’età monarchica (VII a.C. circa) l’attenzione per le istituzioni igienico-sociali, realizzando una rete di strutture e magistrature e, soprattutto manifestando un’attenzione politica che permise un primo approccio razionale alle relazioni che intercorrono tra salute umana e ambientale.

È, infatti, il modello romano che pone in massima evidenza i rapporti che collegano il benessere degli individui con le condizioni urbane e territoriali. La sanità assume così l’ampia valenza di un generale stato di benessere naturalmente alimentato dal bonum (in contrapposizione al malum prima ancora che ad una situazione di non firmitas, cioè d’infermità). Il ruolo dello Stato, inteso come complessità in grado di affrontare problemi collettivi, dev’essere quindi “totale” per integrare l’azione dei singoli in una tuitio corporis (tutela del corpo), capace di sviluppare la salvaguardia delle condizioni di salute sia con azioni di prevenzione e di garanzia, sia con la promozione e obbligatorietà di interventi.

Dai Medicatrinae ai valitudinarium


Con i romani la salute diventa un problema sociale e collettivo: non si tratta più solo di aspettare che si manifesti un problema, obbligando così i medici ad affrontare le malattie, quando queste erano già ad uno stadio avanzato, ma a predisporre un sistema stabile e preordinato. Già a partire dal III secolo a.C. al ruolo della famiglia si affiancano strutture dedicate specificatamente all’assistenza dei malati. Una delle prime forme furono i templi o asclepei e le jatreia greci, che a Roma divennero le medicatrinae o tabernae medicinae, cioè ambulatori annessi alla casa del medico, dove si praticavano cure, a metà strada tra sacralità e magia. Le medicatrinae o medicinae erano strutture di modeste dimensioni sotto la guida di uno o pochi soggetti con alcuni assistenti. Si trattava di una sorta di cliniche private, che accoglievano i malati abbienti che non potevano essere curati a domicilio o che dovevano essere sorvegliati costantemente da un medico.

Grande importanza hanno ricoperto i primi tentativi di organizzare un’assistenza “di massa”. Nel latino classico il concetto di hospitalitas designava con chiarezza un luogo della casa destinato agli ospiti, la cui protezione era affidata direttamente a Giove (Juppiter hospitalis), mentre i luoghi deputati alla cura delle persone venivano definiti valitudinarium. I primi valetudinari spaziavano dall’essere una sorta di infermerie domestiche organizzate per il ricovero dei familiares ammalati e strutture organizzate con disponibilità di diversi schiavi medici, per accogliere ogni sorta di malato, senza discriminazione di sesso, età, nazionalità, religione, estrazione o razza, schiavi compresi (come testimoniano i reperti di Pompei e di Ercolano). Più che curare si trattava di migliorare le condizioni di vita nell’ultimo periodo dell’individuo. Il medico, spesso, si trovava vicino al letto di morte del suo paziente e preparava tutti i documenti giuridici per constatarne la morte. Forse sarebbe corretto dire che gli hospice, sono nati prima degli ospedali, e ciò confermerebbe l’ipotesi che la cura degli individui è prima di tutto un atto umanitario, poi scientifico.

Il senso della morte per gli antichi romani


Per i romani, la morte divenne un atto pubblico alla cui liturgia partecipava tutto il gruppo sociale di riferimento. Si studiava come, dove e quando morire con il suicidio o con la morte provocata da una persona particolarmente cara e si poneva particolare attenzione all’ultimo effetto rilasciato dalla persona. Dopo la morte, i parenti stretti del defunto, lo baciavano e gli chiudevano gli occhi. In questo modo, si pensava, che lo spirito del defunto passasse in loro: un’anima o un ricordo che non doveva andar disperso, ma che doveva trapassare ai posteri. Molti imperatori romani morivano vestiti da grande cerimonia con pompose parole sulle labbra o almeno così erano costretti a riferire i loro biografi. Si preferiva ovviamente morire a casa e quindi sarebbe più corretto parlare di hospice domestici, ma dobbiamo arrivare ai nostri giorni per trovare un tentativo di gestire la morte con un approccio consapevole di pari livello antropologico. Chi invece non aveva preparato un’adeguata cerimonia, per il semplice fatto di essere stato colto impreparato, tendeva a richiedere ospitalità ai valetudinari onde evitare di essere seppellito, di notte, nei cimiteri comuni, senza nessuna cerimonia: i cosiddetti funus tacitum. I bambini morti nei primi tre anni erano seppelliti sotto le fondamenta della casa e non si portava per loro il lutto: la mortalità infantile era talmente alta che veniva quasi considerato inevitabile la perdita di molti di loro in tenera età. Gli adulti invece venivano seppelliti al bordo delle strade, fuori dalle mura cittadine. Il nome funus tacitum deriva dal fatto che i Romani erano soliti costruire questi edifici dietro le valli che proteggevano i territori limitrofi di Roma. Per ragioni pratiche connesse alla disponibilità di cibo ed acqua, i valetudinari erano annessi a grosse fattorie o a importanti case patrizie o di ricchi liberti. Per far funzionare i grandi latifondi vi era la necessità di un certo numero di braccianti cui occorreva dare un ricovero. Avendo capito il valore della cosa pubblica, i romani si presero particolare cura di queste strutture, anche quando non vi era un bisogno immediato. L’apposito personale era incaricato si aerare ogni tanto i valetudinaria, anche se momentaneamente vuoti, e di tenerli sempre puliti, così che, in caso di bisogno, potessero ospitare gli ammalati.

Nascono i primi luoghi di cura per i legionari


Con lo stesso termine vennero poi definiti alcuni edifici destinati esclusivamente ai soldati malati o feriti, di ritorno dalle campagne militari. Sono questi i primi prototipi di ospedali moderni: questa soluzione non era stata elaborata dai greci e, quindi, può considerarsi romana a tutti gli effetti. Erano queste grandi costruzioni presenti, oltre che nelle città, e soprattutto nelle zone teatro di guerra. La soluzione di portare i feriti nei villaggi degli alleati, non sempre offriva una soluzione valida, sia perché si lasciava gente inerme in mano a persone che potevano cambiare facilmente alleanza o che dopo aver preso il compenso non è detto che curassero i malcapitati (e poi vedere i militari feriti, non aiutava a creare quell’aurea d’invincibilità delle legioni romane). Questi ospedali non erano aperti al cittadino comune, ma vi venivano curate solo le persone necessarie al buon funzionamento delle rispettivecommunitas: i servi delle aziende agricole, gli atleti e i militari. Descritti per la prima volta da Columella (I sec. a.C.) erano istituzioni private anche se alcuni indizi farebbero supporre l’esistenza di valetudinari pubblici.

II personale era costituito da medici per l’esercizio pratico e quelli dediti alla parte teorica, da infermieri e da personale femminile sicuramente adibito a servizio ostetrico e più in generale alla cura delle donne (non si dimentichi che, secondo l’insegnamento dei greci, oltre al parto le donne era portatori “in esclusiva” di malattie proprie quali l’isteria, dal greco hystéra, utero). Cominciavano nel contempo ad affermarsi i primi dentisti/odontotecnici specializzati nel preparare capsule d’oro per i denti, che per le leggi di quel tempo, era l’unico oro che poteva accompagnare la persona nell’altro mondo. Anche l’architettura degli ambienti dedicati alla cura, cominciava ad anticipare gli ospedali moderni: per la prima volta l’orientamento del fabbricato, la disposizione dei locali nei riguardi dell’igiene e dei servizi cominciavano a corrispondere a criteri razionali. Ed anche sotto questo aspetto, molto si deve all’Impero dell’Urbe.



Posted on: 2020/11/02, by :