Un mistero di Natale al tempo del Covid – Parte III

di Mercedes Bresso|

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23 dicembre

Giovanna si era svegliata presto quella mattina. Aveva installato e collegato il suo computer e si era messa a cercare nei materiali preparatori della sua tesi, quella in cui si era molto occupata della repubblica partigiana dell’Ossola e delle ultime fasi della resistenza in quelle valli. Cercò a lungo nella documentazione che aveva scannerizzato e trovò parecchie notizie riguardanti quel periodo e quei territori ma nulla che potesse aiutarli a cercare uno dei due giovani di cui aveva parlato il giornalista. Finalmente, al fondo di un documento che riportava la registrazione di una conversazione avuto con un gruppo di anziani partigiani, trovò il nome di battaglia di uno di loro: Fulvio! Eccolo! Poteva essere uno dei due sopravvissuti! Purtroppo la storia narrata in quel documento era un’altra e Giovanna non riuscì a trovare nessuna connessione con la vicenda che li interessava.

Avevano appena finito di fare colazione, continuando a parlare del giro del mondo del professore, quando suonò il suo cellulare. Era il giornalista che aveva una splendida notizia: “Ciao Claude, ieri sera, approfittando del fatto che in questo periodo tutti sono a casa e facilmente reperibili, ho fatto un po’di telefonate e ho trovato uno che conosce il famoso Fulvio, di cui vi ho parlato. E’ vivo, molto anziano ma con la mente lucidissima! Ricorda bene quell’episodio, che gli costò atroci torture e lunghi mesi di prigione. Se vogliamo, possiamo sentirlo via Skype, dice che ha un nipote che potrebbe aiutarlo a stabilire la connessione.. Che cosa ne dite?” “Sei un campione!”

Giovanna era entusiasta: “Certo che siamo d’accordo, per quando si potrebbe fare?” “Mi ha detto che dopo il pranzo fa un riposino e, più tardi va al centro sociale a giocare a carte con gli amici. Lì c’è un bel computer, dal quale potrebbe connettersi. Diciamo verso le cinque del pomeriggio, se vi va bene?” Ai due andava benissimo, così si diedero appuntamento per quell’ora. Il nipote avrebbe inviato tutte le informazioni per stabilire il contatto a tre: il partigiano, il giornalista e gli investigatori. Claude e Giovanna discussero a lungo sulle cose da chiedere al vecchio partigiano, poi interruppero il lavoro per andare con Mirna a fare gli ultimi acquisti per il veglione della sera successiva.

Aveva smesso di nevicare e il tempo si era messo al bello. Dopo la spesa, complicata dal fatto che tutti compravano una valanga di cose, nel timore che le annunciate nuove misure di lockdown totale, fossero prese già dal giorno successivo. Anche i tre amici muniti di mascherine, fecero acquisti abbondanti, quasi dovessero sostenere un assedio. Poi andarono a fare una passeggiata in riva al lago. Era un vero piacere camminare nel freddo sole invernale, che rendeva la giornata limpidissima e guardare i paesini e le montagne, tutti imbiancati. La neve copriva anche i bordi delle isole dando l’impressione curiosa di borghi montani immersi nel lago. Camminando si raccontavano le esperienze strane che avevano vissuto in quell’anno dominato dalla pandemia. Le loro vite erano come sospese, in attesa di capire, se e quando si sarebbe tornati a una sorta di normalità. Lavoro, famiglia, amori, avventure, tutto doveva essere rinviato a un dopo che veniva continuamente spostato un po’ più in là.

Giovanna poi, che lavorava così lontano, era tornata a Orta solo una volta durante l’estate e stava godendosi quella inattesa vacanza. Si chiedeva anche se restare a casa e insegnare da remoto, cosa un po’ difficile perché la sua università chiedeva agli insegnanti di recarsi a fare lezione da locali appositamente attrezzati per poter fornire un servizio migliore agli studenti. Forse però, disse, se avesse insistito, a causa della distanza dalla famiglia… Era in dubbio perché anche rinchiudersi in casa, magari per mesi, non era proprio entusiasmante. Claude la consolò, dicendole che i suoi erano i problemi di tanti altri, si sarebbero risolti con il vaccino, che ormai era alle porte. “Intanto – le disse – considera la straordinaria esperienza che stiamo facendo, con il nostro Decamerone al tempo della pandemia!” I tre risero e continuarono a camminare, godendo di quella pausa all’aria aperta e in luogo così piacevole, dopo tanto restare in casa.

Nel pomeriggio, alle cinque, tutto era pronto per la connessione. Claude seguì le istruzioni inviate dal nipote e poco dopo sullo schermo apparvero il giovane e il nonno, tutto sorridente, con sullo sfondo un locale di Madesimo, dove un gruppo di anziani muniti di maschera, giocava a carte o chiacchierava. In alto, in una piccola finestra, comparve anche Travaglino, seduto a una scrivania coperta di carte e libri. Fu questi il primo a intervenire: “Buongiorno Fulvio, anzi se ricordo bene signor Franco, la ringraziamo per la sua disponibilità ad aiutarci nella nostra ricerca. Le presento i miei amici, Claude e Giovanna, due professori che stanno cercando notizie su una vicenda a cui lei potrebbe avere preso parte. Ma lascio a loro la parola.”

Giovanna raccontò brevemente quello che sapeva di quella notte di Natale di tanti anni fa e chiese al loro interlocutore se fosse vero che lui era stato uno dei giovani che era sceso a Masera. “Buonasera cara signorina, sì è vero che io facevo parte di quel gruppo di sciagurati che aveva avuto la stupida idea di andare a trovare le famiglie, anche per recuperare un po’ di cibo dei modesti cenoni che queste avevano preparato. E così, al ritorno, incappammo in una pattuglia tedesca, che doveva aver pensato che alcuni partigiani avrebbero appunto tentato di andare dai propri famigliari.

Vistici scoperti, due di noi, io stesso e Lampo, restammo indietro per coprire gli altri e dare loro il tempo di fuggire e tornare in montagna. Facemmo tutto il nostro possibile, ma alla fine fummo presi e torturati per farci dire dove si trovavano i nostri compagni. Io pensavo che saremmo stati fucilati. Invece fummo gettati in una cella e vi restammo a lungo. E, in aprile, i partigiani ci liberarono. Solo allora scoprimmo che tutti quelli del nostro gruppo erano stati trovati e inviati in un campo di concentramento. Per quanto ne so, nessuno di loro è tornato. Ecco questa è la mia storia!”

Claude intervenne: “Grazie Fulvio, volevo farle una domanda: se voi non avete parlato, come hanno fatto a trovare gli altri, sulle vostre terribili montagne?” Il vecchio partigiano appariva un po’ agitato, ricordare quella drammatica vicenda creava ancora in lui una grande angoscia. Quando riprese a parlare sembrava imbarazzato: “Me lo sono spesso chiesto anch’io, come erano riusciti a scovarli nelle aspre zone dove eravamo acquartierati. Per di più erano ben armati e nascosti in una baita invisibile dal sentiero accidentato che la raggiungeva. Non so proprio…”

Dalla piccola finestra a destra dello schermo il giornalista fece cenno di voler parlare: “E’ proprio sicuro che il suo amico non si sia lasciato sfuggire qualcosa? I tedeschi erano molto bravi a far parlare i loro prigionieri!” L’uomo era sempre più agitato: “Non fatemi parlare, Lampo era un mio amico. E il dubbio me lo sono portato dietro per tutti questi anni ma ora che è morto, che importanza può avere sapere se allora, in condizioni così difficili, il mio amico ha avuto un cedimento?” Giovanna prese la parola: “Ha ragione signor Franco ma vede, le facciamo queste domande perché una anziana signora, che probabilmente non ha più molto tempo da vivere, mi ha chiesto di aiutarla a sapere che cosa era davvero successo al suo ragazzo di allora, uno di quelli che non sono mai tornati; vorremmo aiutarla, perché almeno possa mettersi l’animo in pace.”

“Sa come si chiamava questo giovane?” “Sì, certo: non conosco il suo nome di battaglia, so solo che si chiamava Giorgio Besozzi e le aveva appena chiesto di sposarlo. Per anni lei ha sperato che tornasse dal campo di concentramento, che fosse magari stato trattenuto da qualche parte, ma non è mai più riuscita ad avere sue notizie. Capisce, non è una ricerca storica, la definirei piuttosto umanitaria..” Il volto del vecchio partigiano assunse una strana espressione: “Aspetti, ha detto Giorgio Besozzi? Sì mi ricordo di lui e del fatto che quando ci ritrovammo per tornare in montagna ci disse che si era fidanzato proprio quella sera, era così felice! Ma la ragazza come si chiamava, anzi – si corresse – come si chiama?”

Giovanna sorrise alla definizione di ragazza applicata alla piccola signora curva e rugosa che aveva conosciuto e cercò di immaginarsela giovane e bella. “Si chiama Caterina Furla, credo però che sia il cognome da sposata.” Persino sul piccolo schermo del computer fu evidente la sorpresa di Fulvio: “Ha detto Furla? Ne è sicura?” “Certo, abita a Masera, magari lei che è di un altro paese non l’ha mai conosciuta…” “In effetti non l’ho mai conosciuta, sa dopo la liberazione tutti siamo tornati alle nostre case e al nostro lavoro.. ma la ragione del mio stupore è un’altra: Furla è il cognome di Lampo, il partigiano con cui cercammo di coprire i nostri compagni e col quale fummo arrestati. Il suo vero nome era Giovanni Furla e lui era di Masera! Non capisco, avrebbe sposato la fidanzata di Besozzi?”

Sul viso dell’uomo si indovinava il sospetto che si stava facendo strada nella sua mente: “E’ strano, proprio lui…” All’improvviso fu evidente che aveva preso una decisone: “Boh, comunque ormai è passato tanto tempo, anche Lampo è morto e comunque del Besozzi, come di tutti gli altri, non si è più saputo nulla, sono morti di certo, altrimenti prima o poi sarebbero tornati. Mi spiace di non esservi stato molto utile, dite da parte mia alla signora che capisco la sua curiosità ma che ormai non è più possibile sapere più di quanto lei già abbia intuito, anche se non vuole rassegnarsi all’evidenza dei fatti.” Nulla di più si poteva tirare fuori dalla memoria dell’anziano partigiano, per cui gli investigatori lo ringraziarono e lo salutarono. Prima che la connessione fosse interrotta lo videro che parlava animatamente con il nipote. Poi la comunicazione si interruppe.

Fu il giornalista a reagire per primo: “Che cosa ne dite? Qualcosa abbiamo saputo, anche se era chiaro fin dall’inizio che non c’era molto da scoprire. Dopo tanti anni trovare qualcosa che possa aiutare la vostra amica a capire il passato, era molto improbabile” Claude lo interruppe: “Non direi, a me pare invece che abbiamo saputo qualcosa ma che purtroppo non potremo raccontarlo alla signora! Provo a ricapitolare: in una sera di Natale del 1944, un gruppo di partigiani scende a Masera, alcuni per salutare i parenti, altri per approvvigionarsi di un po’ di cibo festivo; uno di loro si fidanza con una ragazza del posto e, tornando, lo racconta agli amici. Poco dopo i tedeschi li scoprono e due di loro si fermano per coprire la fuga degli altri e vengono arrestati. E torturati. Fulvio non parla ma il gruppo in fuga viene lo stesso catturato alcuni giorni dopo. Non vi pare legittimo immaginare che a denunciarli sia stato l’altro?

Farei una ipotesi azzardata: E se Lampo, che era di Masera, fosse stato innamorato di Caterina? E se, magari inconsciamente avesse denunciato il rivale, quasi per punirlo del suo successo con la donna che amava e che poi, non essendo il rivale più tornato, finirà per sposare?” Concluse: “Ecco, certo non possiamo dimostrarlo e comunque non mi pare che ne varrebbe la pena, aumenteremmo solo i rimorsi della signora ma la mia impressione è che il nostro Lampo abbia un po’ approfittato della situazione, non credo in modo consapevole ma…” Giovanna intervenne: “Sapete, amici, temo che Claude abbia toccato un tasto molto delicato, quante volte in quel vorticoso periodo, pubblico e privato si sono intrecciati nella coscienza delle persone? Stiamo parlando di giovani semplici, contadini, pastori, piccoli commercianti, gente che si è trovata a vivere una stagione terribile della nostra storia e che lo ha fatto con coraggio, dedizione ma anche portandosi dietro odi e amori, amicizie e antipatie. Era umano, è avvenuto. Nel nostro caso non potremo mai sapere che cosa c’era nella testa di Lampo quando, sotto tortura, ha probabilmente fornito ai tedeschi le informazioni per trovare i suoi compagni. Non sapremo mai neppure se lo ha fatto o se, semplicemente, fuggendo, hanno lasciato delle tracce che hanno portato i nemici fino al loro rifugio.”

Continuò: “Avete visto anche voi la faccia stupita e i dubbi di Fulvio, mi pare che le sue riflessioni portassero alle nostre stesse conclusioni. E adesso mi chiedo: che cosa dovrei dire alla cara Caterina? Che il marito, ormai morto e che per lei è sempre stato un prode partigiano, è stato un delatore e forse ha contribuito all’arresto del suo amore di allora?” “No, non credo proprio -Claude era determinato- accertare una verità storica, che poi in questo caso non è affatto sicura, non sempre obbliga a rivelarla ai protagonisti sopravvissuti. Per ognuno di noi la storia è un complesso intreccio fra il pubblico, che abbiamo vissuto tutti insieme, e privato, che riguarda solo la persona, la sua coscienza, i suoi ricordi.

Credo che potresti dire a Caterina che, attraverso delle testimonianze, siamo riusciti a ricostruire la vicenda e che purtroppo non ci sono dubbi che il suo fidanzato di allora è morto da eroe, in un campo di concentramento. E dovresti ringraziarla per averci permesso di conoscere una così bella storia di Natale, con un giovane che offre alla ragazza che ama un anello caro alla sua famiglia come pegno per un futuro che purtroppo non ci sarà, perché i tedeschi lo hanno cancellato. Le farà bene piangere un’ultima volta pensando a lui. Ma non togliamole dal cuore anche il ricordo dell’uomo con cui ha condiviso la vita vera, che è stata la sua, la loro.”

Tutti erano d’accordo e Giovanna si impegnò a chiamare la signora Caterina la sera di Natale per raccontarle che cosa era riuscita a sapere e aiutarla ad accettarlo. Dopo i ringraziamenti al giornalista per il prezioso aiuto e gli auguri reciproci, la riunione in streaming fu chiusa e Giovanna e Claude scesero in soggiorno per l’aperitivo. (Continua…)





Posted on: 2020/12/23, by :