L’ultimo giorno di Cesare Pavese

di Michele Ruggiero |

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Lo trovarono la sera del 27 agosto di settant’anni fa disteso, in quell’immobilità tragica che uccide la speranza, sul letto della stanza 346 al terzo piano dell’hotel Roma in piazza Carlo Felice a Torino. Cesare Pavese, fresco vincitore del Premio Strega, si era suicidato con un mix di barbiturici e di sonniferi. Da quel momento, il suo nome, la sua vita, le sue opere, che verranno tradotte in tutto il mondo, si cristallizzarono attorno a quel gesto. Fu lo stesso scrittore ad anticiparlo con un congedo vergato sul frontespizio di un libro: “Perdono tutti e a tutti chiedo perdono. Va bene? Non fate troppi pettegolezzi”.

Quando decise di rendere pubblica la sua rassegnazione? Un minuto o un giorno prima della fatale decisione? Lo fece d’impulso o cercò di meditare ogni singola parola, spietato come sempre nel far pulizia di aggettivi e di avverbi che riteneva gioielli finti? Perché chiedere perdono? Per l’addio innaturale o per qualcos’altro che da tempo, facilitato dai silenzi della scrittura, celava con caparbia ostinazione?

A quarantadue anni, forse si era guardato alle spalle, stupito e amareggiato dalla scoperta che le soddisfazioni, quanto le delusioni, seppur in misura apparentemente diversa, finiscono per sfinire, per poggiare sulle spalle di ogni essere umano e, all’improvviso, piegargli le ginocchia. In fondo, quella pulizia dedicata alla scrittura non era anche la stessa riservata alla sua intera esistenza? Per Cesare Pavese, pagina dopo pagina, giorno dopo giorno, era stato un lavoro immenso, proteso alla ricerca di un equilibrio intellettuale che anima i suoi libri. Un equilibrio che avrebbe voluto gli fosse restituito con calore, si può ipotizzare, anche dalla vita, al netto delle tragedie personali e collettive.

Si vorrebbe comprendere di più dalla triste parabola di uno scrittore amato di cui si è percepito il desiderio di essere come tutti gli altri, al di là del successo, della fama e della gloria. Ma il pudore dell’uomo lo ha sempre impedito. Rimane, appunto, come estrema chiave interpretativa quel voler essere come tutti gli altri anche nella libertà di morire.



Posted on: 2020/08/27, by :