Paolino Rossi, un ragazzo come noi

di Luca Rolandi |

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Ci sono due immagini che rimarranno scolpite nella memoria collettiva: il mucchio, ebbro di felicità, della notte di Madrid, l’11 luglio 1982, e i gli stessi giocatori 38 anni dopo che portano sulle spalle il loro compagno verso la chiesa per la cerimonia funebre e l’ultimo viaggio. Campioni del mondo allora e campioni del mondo oggi. Lacrime di gioia e di dolore, ieri e oggi. La metafora della vita. Un lutto collettivo e umanissimo, come si fosse perso un famigliare. Si chiamava Paolo Rossi, nome comune, forse scontato. Nella storia quanti sono i Paolo Rossi famosi o anonimi. Impossibile pensare solo di cimentarsi a contarli. Ma lui è stato unico per quel mondo dello sport e del calcio in particolare, che appare l’ultima grande narrazione universale, collante globale di sentimenti, gioie e dolori. È stato così per la morte di Diego Armando Maradona, celebrata con pagine di carta e digitali, commenti, servizi televisivi, che neppure per un capo di Stato o un benemerito della scienza o un premio Nobel per la letteratura avrebbero avuto, e una settimana dopo con Paolo Rossi.

Il ragazzo italiano era della classe 1956, nativo di Prato, ma vicentino di adozione, professione calciatore e poi tante altre cose. La sua morte è un lutto generazionale, una fase di vita che si chiude, non solo quella dell’uomo Paolo Rossi, con il dolore di sua moglie, i suoi figli, i suoi parenti e amici, ma anche per una ampia fascia di donne e uomini che allora bambini o adolescenti avevano visto, vincere, perdere, cadere e risorgere Paolino Rossi, Pablito, in quella calda e indimenticabile estate del 1982. Rossi così come tanti suoi compagni aveva cercato di convivere con il mito, sganciarsi, diventando umanissimo e molto disponibile. Doveva sganciarsi dai fantasmi e da un fotogramma nel frattempo diventato storia che rappresentava la sua vita, ma non è stata la sua vita. C’è riuscito, perché è stato umile e saggio, consapevole di non essere un super campione, ma di aver raggiunto il cielo del calcio, con una carriera, rapida, repentina, scattante, colma di gloria ma anche di polvere, cadute e risalite.

Non era un superman o il campione maledetto, era un ragazzo, come tanti commentatori hanno rilevato, come noi. Come noi allora giovani e come coloro che sono oggi giovani. Paolorossi tutto attaccato come l’altra icona del calcio italiano Giggirrivva, pronunciato con la cadenza sarda. Le facce della provincia italiana, il gioco del calcio come espressione di una vita, un pallone che diventa qualcosa di più di una partita, uno scudetto, una coppa. È scattato via presto, troppo presto, oltre la vita a soli 64 anni, per un tumore ai polmoni. Era gracile tutto nervi e scatti fulminei negli anni dell’attività agonistica. E poi pacato, amico, sempre con parole gentili per tutti avversari e compagni. Giovanissimo fu coinvolto nella storiaccia del calcio scommesse dei primi anni Ottanta, ingenuo e facilmente incastrabile da personaggi di basso profilo, tanta gavetta: nelle giovanili della Juventus, poi a Como, ma soprattutto Vicenza, la sua nuova dimora e terra di adozione, nel 1979 per una stagione a Perugia. Poi la Juventus certo con la quale ha vinto tutto, in uno squadrone di campioni del mondo Gentile, Scirea, Zoff, Cabrini, soprattutto amici, Platini e Boniek, con in panca il Trap, nella Torino degli anni Settanta e Ottanta poi e ancora il Milan e il Verona a chiudere a 31 anni.

Paolo Rossi, diventa grande e unico, come e più di Gigi Riva o Roberto Baggio, per la sua storia con la nazionale. La squadra azzurra, come Silvio Piola e Peppino Meazza negli anni lontani dell’inizio del XX secolo. La storia con gli azzurri è già bellissima nel mondiale di Argentina e poi diventa poema nazionale, memoria storica sociale e culturale del Novecento nel campionato mondiale di calcio del 1982. Una famiglia con un padre, il vecio Enzo Bearzot, il silenzioso capitano Dino Zoff, l’angelo partito prestissimo per il cielo Gaetano Scirea, il generoso Ciccio Graziani, il fantasista Bruno Conti, il geometra Giancarlo Antonioni, il cuore di Orioli, il ruvido Gentile, l’elegante Collovati, il giovane “zio” Bergomi e tanti altri ancora. Un momento di esaltazione nazionale. Un passaggio epocale dagli anni Settanta, del dolore e della violenza del terrorismo, della crisi economica, della fine precoce e anticipata delle ideologie e delle classi, quella operai prima di altre, e l’ingresso in un tempo nuovo non meno problematico ma più effimero, carico di novità e forse frivolezze.

Nel cuore di quel cambiamento ci sono i mondiali, l’inizio deludente, lo scherno e gli attacchi dei media per Bearzot e Rossi. La preparazione ad Alassio e poi il ritiro a Vigo. Un ritiro blindato e silente. Poi l’esplosione della gioventù, che era forte e lo sapeva, non lo sapevano gli esperti, lo sognavano i ragazzi che vedevano Paolino e i suoi al Combi e in piazza d’Armi. Contro Maradona, reti di Cabrini e Tardelli e poi il 4 luglio 1982 la partita (ormai nell’epica sportiva sullo stesso piano di Italia Germania 4-3 del 1970) con il più forte Brasile degli ultimi trent’anni: Zico, Junior, Socrates, Falcao, Cerezo.. ma senza un portiere e senza un centravanti. Quelli che aveva l’Italia, il mite Dino Zoff e Pablito: risultato 3-2, l’ultima vittoria dell’Italia sul Brasile. Poi la Polonia 2-0, doppio Rossi e poi l’apoteosi del Santiago Bernabeu.

Domenica 11 luglio 1982. 37 milioni di italiani davanti allo schermo. Telecronaca di Nando Martellini, radiocronaca di Enrico Ameri, in tribuna stampa Mario Soldati, Oreste Del Buono, Gianni Brera, Giovanni Arpino, Giampaolo Ormezzano e le migliori firme del giornalismo non solo sportivo. Il presidente più amato Sandro Pertini, che si alza e ed esulta al goal di Tardelli con il famoso “Non ci prendono più”. La Germania di Rummenigge, Breitner, Schumacher, Stilicke è annichilita. Segna anche Spillo Altobelli, ma apre Rossi, e con le sue braccia gracili esulta. Li si completa l’opera la gioia più grande e irripetibile, nel subconscio di una nazione. Rossi va oltre e avanti vince tutto con la Juventus, ma è anche in campo nella notte più buia del 29 maggio 1985 a Bruxelles all’Heysel. La sua vita è bella, normale, intensa, piena di progetti e soprattutto di amore. Quello espresso dalla sua Federica, dalle figlie piccole e dal figlio adulto, dalla prima moglie, dai compagni di squadra. Paolo Rossi era uno di noi non per l’estro e gli eccessi del campionissimo, ma per quel modo di essere, misterioso e glorioso che si chiama vita



Posted on: 2020/12/12, by :